Antonella Landi.
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TUTTA COLPA DEI GENITORI.
La versione della profe.
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2010. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"Mamma, quello di Filosofia mi ha dato tre."
"Quello di Filosofia  un deficiente: domani ci
vado a parlare io e gliene canto quattro."
Ma dove vuoi andare? Ma cosa vuoi cantare?
Stai a casa tua, genitore,
e casomai canta a tuo figlio di studiare di pi.
Che male non gli fa.
Chiedete a un insegnante. Vi dir che il vero
nemico quotidiano del suo lavoro non sono gli
studenti indomiti, i tagli di un nuovo ministro
o il cattivo stato delle strutture scolastiche. Ma
i genitori.
 tutta colpa loro se, oggi pi di ieri, i ragazzi
studiano poco, studiano male, non studiano
affatto. Se  impossibile parlare con loro, farsi
ascoltare, stabilire le regole e farle osservare.
 colpa loro se il ruolo e l'identit degli
insegnanti sono stati degradati, la loro autorit
delegittimata, la loro professionalit vilipesa.
punto di vista di una professoressa. Anzi, della
Profe, "l'insegnante con gli anfibi" diventata
nota con libri, blog, radio e giornali. In un
ricevimento genitori tragicamente divertente,
passa in rassegna le varie tipologie di mamme
e pap italici: il genitore "ggivane" e quello
che "lasciamo che si esprimano!", il genitore che
ha studiato e fa sfoggio di cultura e quello che
"troppo studio fa male", quello che fa i compiti
al figlio e vuole un voto alto anche per s e
quello che picchia l'insegnante. Con altrettanta
ironia, ma con molta pi indulgenza, Antonella
Landi disegna anche i ritratti dei ragazzi che di
queste famiglie sono il prodotto, con il "sorriso
da orticaie" che esce dai loro pantaloni a vita
troppo bassa e lo spaesamento cronico negli
occhi? l'insicuro e la ribelle, il bullo e l'impudica,
il figlio di pap e il figlio di puttana.
Questo  un libro che tutti i genitori dovrebbero
(e gli insegnanti vorrebbero) leggere. Tutti quelli
che hanno a cuore la scuola, e soprattutto i
ragazzi. E fra battute feroci e scorrettissime
provocazioni, si fa largo un appello, una
richiesta d'aiuto: "Finch i genitori non
andranno nella stessa direzione della scuola
e non combatteranno dalla stessa parte
della barricata, le fatiche di tutti saranno
completamente sprecate".
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L'AUTRICE.
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Antonella Landi insegna Lettere in una scuola
superiore di Firenze, dove vive. Firma una
rubrica settimanale dedicata alla scuola sulle
pagine fiorentine del "Corriere della Sera".
Per Mondadori ha pubblicato La Profe. Diario
di un'insegnante con gli anfibi (2007) e Storia
parecchio alternativa della letteratura italiana (2008).
Aggiorna quotidianamente il blog contenuto nel
proprio sito www.antonellalandi.com.
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Gli episodi raccontati in questo libro sono tratti dalla mia esperienza di insegnante. I nomi e i cognomi dei ragazzi sono inventati. Ci mancherebbe altro.
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Alla mia mamma Wilma
e al mio babbo Romano.
Genitori in altri tempi.
Genitori d'altri tempi.
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I vostri figli non sono figli vostri. (...)
E bench vivano con voi, non vi appartengono.
KAHLIL GIBRAN.
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Credi che basti avere un figlio per essere un uomo e non un coniglio?
VASCO ROSSI.
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Ulli ulli. Chi li fa, se li trastulli.
ADAGIO POPOLARE TOSCANO.
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Premessa.
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Quando gli insegnanti s'incontrano con i genitori degli alunni,
 tutto un turbinio di parole leggere e discorsi profondi,
problematiche gravi e domande esistenziali, analisi familiari
e confessioni sincere, mea culpa, tua culpa, sua culpa.
Ma insomma, di chi  la colpa?
La colpa del caos educativo che si legge sui giornali,
dell'emergenza pedagogica di cui parlano gli esperti, di
chi ? Perch i ragazzi studiano poco, studiano male, non
studiano affatto? Perch  impossibile parlare con loro, farsi
ascoltare? Perch  cos difficile stabilire le regole e farle
osservare?
Uno dei giochi mentali da cui faccio precedere l'incontro
con le famiglie consiste nell'indovinare, prima ancora
che me lo dica stringendomi la mano, di quale alunno potrebbe
essere genitore quel babbo o quella mamma che mi
si presenta davanti.
Nove su dieci, ci do. La fisiognomica, bench disciplina
pseudoscientifica, spesso  pi esatta di quanto non si creda.
Il colloquio con le famiglie non apre porte: spalanca portoni.
E quando si conclude, di solito con una stretta di mano
e un sorriso a tutti denti, l'immagine di questo o quello studente
appare molto pi nitida, priva di nebulosit, meravigliosamente
tersa.
A voler essere sincera, i genitori oggi mi sembrano disorientati.
Attoniti. Meno solidi, meno sicuri di quelli che abbiamo
avuto noi. Meno pronti a rappresentare punti di riferimento
forti. Semmai pi adatti a impersonare la crisi di
questo tempo. E i figli mi sembrano pi disorientati e attoniti
dei loro genitori. Quasi sbigottiti di fronte a certi atteggiamenti
sconcertanti degli adulti, disillusi al cospetto del
mondo che hanno preparato per loro.
Mi si dir che non sono un'esperta. In effetti la laurea ce
l'ho in Lettere e filosofia, non in Psicopedagogia.
A dirla tutta non ho neanche dei figli.
Ma da diciotto anni a questa parte faccio l'insegnante e
questo, tradotto in un calcolo numerico che ipotizza una
ventina di alunni per ciascuna delle quattro classi assegnate
in media per anno a ogni docente, fa s che io abbia frequentato
qualcosa come millequattrocentoquaranta ragazzi.
E che li abbia frequentati non limitandomi a impararne
a memoria il nome e il cognome, ma abbia cercato anche
di conoscere i meccanismi della loro testa, di comprendere
le regole del loro cuore, di studiare (e ricordare) le esigenze
che si hanno a quell'et.
Ogni settimana mi relaziono con i genitori di questi ragazzi,
tanto che - sempre in virt del calcolo numerico impostato
sopra - posso dire di averne conosciuti qualcosa
come duemilaottocentottanta, mamma pi babbo meno.
E di averli conosciuti non per ragionare con loro di ricette
gastronomiche o previsioni meteorologiche, ma per discutere
dell'argomento che pi ci accomuna e pi ci interessa:
i loro figli.
E cos, rinvoltata fra tutti questi numeri, una certezza,
una sola, ma fortissima e tenace, mi si  conficcata nella testa:
finch i genitori non andranno nella stessa direzione
della scuola, e non combatteranno dalla stessa parte della
barricata, e non remeranno con gli insegnanti lungo il medesimo
senso del fiume, le fatiche di tutti saranno completamente
sprecate.

 PARTE PRIMA.
DEL GENITORE.

Del genitore assente.

Sabato mattina, classe seconda superiore, ultime due ore
di lezione, attivit didattica "Il quotidiano in classe", ossia
impara a maneggiare, leggere e interpretare il giornale.
Quel giorno, in particolare, si d la notizia dell'avvenuta
riunificazione del gruppo musicale dei Litfiba, ufficializzata
sul sito Web della rock band fiorentina che impervers
negli anni Ottanta e Novanta e che adesso torna negli stadi
e nei palazzetti con concerti da sold out.
Come non li conoscete?!
Ammettono candidi di non avere idea di chi siano quel
tipo coi capelli lunghi e il viso spigoloso n quell'altro col
facciotto cicciottello.
Allora colgo l'occasione per non fare solo poesia, letteratura,
epica, grammatica e storia, ma (nel sogno folle di una
cultura a tutto tondo) assegno un lavoro di musica contemporanea:
cercherete in Rete o altrove pi notizie possibile
sulla storia di questo gruppo, le raccoglierete trascrivendole
nel vostro stile e poi le visioneremo insieme in classe.
E loro, piccini, fanno esattamente come dico: cercano, trovano,
raccolgono, leggono, riassumono, elaborano, confezionano
e consegnano. Lavoretti, oltretutto, indiscutibilmente
dignitosi.
A nessuno per viene la curiosit intellettuale di ascoltare
un pezzo, di cercare nella sezione "Video" di Google
una testimonianza visiva e sonora di quello su cui si sono
documentati.
Ma come! Nessuno di voi ha chiesto ai genitori, che
avranno l'et mia e quindi coi Litfiba ci saranno cresciuti
come me, di cantare una canzone, di citare una frase imperitura,
che ne so, con il cuore in quella piazza/tieni a mente
Tienanmen?
Nessuno.
Ma non solo. Tutti sostengono di ignorare completamente
i gusti musicali del babbo e della mamma, di non parlare
mai con loro di queste cose, di non parlare quasi mai con
loro, perch loro sono sempre a lavorare, sono sempre assenti
e, quando presenti, sono sempre di corsa.
Aspetto che l'espressione di perplessit scioccata si dissolva
dal mio volto e passo al contrattacco. Elaborare un
testo scritto che analizzi il proprio rapporto con i genitori,
calcolando il tempo trascorso insieme a loro e commentandone
il livello qualitativo.
I ragazzi, si sa, sono sinceri. Talmente sinceri da risultare
disarmanti. Cos sinceri da commuovere.
Io un po' mi sono commossa (ma per il dispiacere) quando
ho letto il resoconto cronachistico di una loro giornata-
tipo. Volendo ricorrere a un numero per stabilire quanto
tempo i giovani passano insieme ai loro familiari, non c'
bisogno di cercare cifre alte. Basta arrivare al trentacinque.
Tanti sono (ma arrotondando per eccesso) i minuti di vita
familiare condivisa.
Si comincia la mattina, con una colazione che si protrae
per il tempo necessario a ingurgitare qualcosa di solido e
sorbire qualcosa di liquido. La mattina non si parla perch
(notoriamente) agli adolescenti i coglioni girano a manetta.
La verifica? L'interrogazione? Macch. Il trucco. Il parrucco.
Il tipo che non mi degna di uno sguardo. La tipa che
mi fa rimbalzare. L'amico che mi ha tradito. La compagnia
che non mi accetta.
E poi si parte. Se la scuola sta nella stessa direzione del
luogo di lavoro, il genitore d uno strappo, senn la corsa
al treno, all'autobus, al motorino, con la prospettiva di rivedersi
a casa.
S, ma quando?
Il settanta per cento dei ragazzi, quando torna a casa,
non trova nessuno. Il babbo non rientra prima di sera, la
mamma - spesso - pure. Entrambi lavorano. Quando non
lavorano, c'hanno comunque i loro impegni. Palestra, allenamenti,
estetista, shopping, parrucchiera, amiche, amici.
S, ma voi cosa mangiate?
La mamma prepara la pastasciutta la sera prima, loro la
scaldano nel forno a microonde.
S, ma mentre mangiate cosa fate?
Accendono la tele e guardano quella.
S, ma cosa?
Quello che c', Uomini e donne, Amici, la diretta col Grande
Fratello, Centovetrine.
S, ma poi?
Poi vanno su Messenger, su Friendfeed, su Twitter, su
Facebook.
S, ma i genitori quando li rivedete?
Li rivedono la sera a cena.
Oh, finalmente vi riunite.
S, ma giusto il tempo di buttare gi qualcosa e poi via
di nuovo.
E dove andate?
Tornano su Messenger, su Friendfeed, su Twitter, su
Facebook.
E a tavola a parlare non ci state?
Non ci stanno. Non ci stanno mai. Mangiano con l'imbuto
pur di cavarsi il dente, pur di togliersi il pensiero, pur di
sottrarsi a quella palla, pur di poter tornare alla solitudine
salvifica e alle compagnie virtuali in cui sono stati abituati
a spendere il giorno.
Dunque, ricapitoliamo: dieci minuti per la colazione,
quindici minuti per la cena e i dieci minuti rimanenti per
chiedere i soldi prima di uscire per i fatti propri. Trentacinque:
torna.

 Del genitore disarmato.

Aspetto che i genitori vengano al colloquio settimanale
per chiedere conferma dei preoccupanti contenuti letti
nei temini.
Essi confermano puntualmente. Non c' verso di farli stare
a tavola:  questa la risposta che mi sento dare.
E non c' neanche verso di convincerli a vivere in famiglia,
ovvero dentro la famiglia, in mezzo alla famiglia, in
compagnia della famiglia. Non ci sono momenti di condivisione,
non ci sono spazi comuni. Ci sono le singole stanze.
Tolta la cucina, palcoscenico della fugace comparsata
della sera, gli altri luoghi sono personali, esclusivi e soprattutto
vietati.
Nessun genitore osa pretendere di entrare nella camera
dei propri figli. Rischia urla belluine e cuscinate in faccia.
La camera  il quartier generale, la base bellica, il rifugio
antiatomico. L c' tutto quello che serve per la sopravvivenza:
lo stereo, la televisione, il personal computer.
Li guardo, questi genitori che vengono al colloquio.
Hanno pi o meno la mia et, mi immagino che saranno
cresciuti pi o meno come me, avranno a loro volta avuto
genitori pi o meno uguali ai miei.
E mi domando: come hanno fatto a farsi portare via le
armi? Come hanno potuto permettere che accadesse tutto
questo? Non trascorrevano, loro, serate intere a tavola con
il babbo, con la mamma, coi fratelli, a narrare imprese scolastiche,
a riassumere giornate sportive, a raccontare aneddoti
speciali? E non ne apprezzavano il valore?
Sar l'ultima cosa che dimenticher della mia vita intera,
il rituale atavico dei miei pasti in famiglia ai tempi della
giovinezza, quando il babbo e la mamma incantavano me
e mio fratello, pi giovane di me di sette anni, con la trasmissione
orale del loro vissuto amoroso, di quando si conobbero
al Ragno d'oro e lui le chiese Balli? e lei rispose
S, di quando si rividero in paese ma lui faceva il duro e
lei ci stava male, di quando lei accompagnava la sua mamma
a lavare i panni in Arno e con la scusa di far pisciare
il cane Dick fuggiva per i campi a incontrare lui, che sulla
GS la montava al volo di traverso, le gambe ciondoloni da
una parte, le braccia intorno alla sua vita come una cintura
stretta, per portarla pi lontano, o di quando la mia nonna
sguinzagliava gli altri figli perch andassero a cercare
quella ragazzina che da quando s'era innamorata di quel
capoccione aveva imparato a disobbedire.
La tavola restava apparecchiata a volte fino a mezzanotte,
perch al babbo piaceva quell'andamento lento e la
mamma ne approfittava intanto per tagliare a striscioline
la buccia delle arance o piegarle su se stesse e schizzarcene
il liquido odoroso lungo il collo.
C'era tutta questa tradizione che nessuno di noi quattro
avrebbe osato mettere in discussione perch ciascuno ne
coglieva l'inestimabile tesoro, perch ci piaceva da morire
spendere quel tempo insieme e niente in quel momento
aveva pi importanza delle nostre parole destinate a diventare
la nostra memoria. Racconterete questi fatti ai vostri
figli, cos noi in un certo senso non moriremo mai si raccomandava
il babbo vestendo in volto l'espressione drammatica
di Mario Merola, e in quei momenti lo vedevo come
un carismatico incrocio tra un Ugo Foscolo senza capelli ma
non meno appassionato e un Kunta Kinte senza colore ma
non meno autorevole.
Come hanno potuto, questi nuovi genitori, perdere per
strada quell'autorevolezza?
Come possono confessare apertamente, senza neanche
il sospetto timore di dare una pessima immagine di s, che
coi loro figli non c' niente da fare, che non c' verso di farsi
dare retta, che non si riesce a farli stare a tavola seduti,
che non c' modo di ottenere l'obbedienza alle regole della
famiglia?
Come se si sentissero ricattabili (e in effetti lo sono), i
nuovi genitori acconsentono, accondiscendono, accettano
tutto. Le armi le hanno cedute ai loro figli. In cambio, sperano
che essi li perdonino per il tempo che non riescono
pi a donare loro?
 
Del genitore " termologicamente inniorante".

Visto che sono saltati fuori, affrontiamo subito la questione
e leviamoci il pensiero. Parlo di quei nomi strani, di quelle
sigle in inglese che introducono in spazi segreti, interdetti
a chi non li conosce ma aperti a chi li padroneggia. S, proprio
l dentro: nel favoloso mondo di Internet.
Macchennes, professoressa: quello sta sempre chiuso
in camerina sua, inchiodato al computer, a scrivere in quei
cosi...
Quali cosi l?
Quei cosi l... feisbcche... i blgghe... le citte... lei mi
dice di controllarlo, di seguirlo, ma io non ci capisco nulla,
non so nemmeno da che parte cominciare...
Per forza che gli dico di seguirlo:  palese a tutti tranne
che a lui, suo padre, che quel ragazzo si sta intrappolando
da solo tra le maglie della Rete. Solo lui non quantifica il
tempo che il giovane trascorre davanti al video, solo lui non
gli vede gli occhi... di bragia. Quando un figlio ti si presenta
a cena con gli occhi di Caronte, le alternative sono limitate:
o si ammazza di canne, o fa scorpacciate d'autoerotismo, o
si consuma davanti al computer. Fra le tre non saprei cosa
scegliere, e questa frase suoner blasfema solo a chi non
ha (fortunatamente) mai avuto a che fare con un giovane
"piccdipendente".
Purtroppo per non solo questo padre ignora il modo
di seguire il figlio tra i meandri internettiani tanto fascinosi,
tra le voci di Google l'ammaliante: sono migliaia i genitori
che ignorano. E questo  disdicevole, sconsigliabile
e allarmante.
Perch ad allarmarci non deve essere la virtualit, questo
mondo "altro" che noi stessi abbiamo voluto creare ad ogni
costo e che ha rivoluzionato i nostri modi di comunicare,
porci e proporci. Ad allarmarci deve essere il baratro di
non-conoscenza che ci si  spalancato sotto i piedi separando
i nostri adolescenti da noi. Presente il canyon in cui precipita
Wile Coyote? Noi da una parte, loro dall'altra. E in
mezzo quel profondo taglio lungo la gola della montagna.
Quelli passano giornate a navigare, salgono a bordo, salpano
e ciao. Nel mondo dove stanno crescendo, il mondo 
raggiungibile con una mano. Per scegliere dove fare tappa
momentanea, gli basta un dito, l'indice. Nell'ingenua ebbrezza
dei loro quindici/sedici/diciassette anni mettono nei
forum tutti i loro cavoli, raccontano il raccontabile (spesso
anche il non), perdono per sempre il diritto all'oblio e non
ne intuiscono le conseguenze.
Ma pi che altro, per balzellare di porto in porto, di sito
in sito, quelli, non studiano pi. Se lo fanno, scelgono strategie
deboli, giusto per ricordarsi qualcosina il giorno dopo,
all'interrogazione di quell'odiosa della profe, in una memorizzazione
a breve, brevissimo termine.
Ne convenivamo un giorno a uno dei tanti Consigli di
classe che, dopo un'ora di confronto tra soli docenti, ha aperto
la porta ai genitori e agli stessi alunni. Proprio a questi
ultimi chiedemmo conferma:  vero che studiate poco e
che studiate male?.
Vero.
Bene, diteci perch.
Il perch  quel trabiccolo che sta appollaiato sulla mia
scrivania ma volendo pu anche seguirmi.  una macchina
che si accende annunciata da cinque note uguali per tutti e
mi spinge tra le braccia del mondo.  un luogo dove posso
andare anche senza spostarmi da casa, una stanza gigante
dove incontro gli amici anche senza vederli, dove me ne
faccio di nuovi senza incontrarli mai.  una voce che esclama
bip ogni volta che qualcuno mi manda a dire qualcosa,
e quei bip non fanno che distrarmi (e salvarmi) dal silenzio
(opprimente) dei libri, non fanno che attrarmi verso
un quadrato di luce che m'ipnotizza l'occhio e m'impasta
il cervello. Cos studio, ma a pezzetti. Leggo, ma a brandelli.
Ragiono, ma a puntate. Scrivo, ma sbaglio. E anche se
me ne accorgo, non riesco a staccarmi perch quell'aggeggio
ha la voce delle sirene di Ulisse e il potere di una droga
iniettata a corrente. E anche se mi stanco e mi scoppia
la testa, se fatico il doppio e produco un terzo,  pi forte
di me, non ci riesco: non riesco a farlo tacere, non riesco a
ridurlo al buio. Non riesco a spegnerlo.
Internet  una realt meravigliosa.
Ma noi adulti abbiamo il dovere - che non esiterei a
chiamare morale - di imparare ad aggeggiare con quelle
macchine che lo sviluppo tecnologico ci ha messo in casa:
dobbiamo affrontare con coraggio la sfida di questa nuova
alfabetizzazione, andare incontro alla frustrazione che di
certo proveremo davanti ai fallimenti che ci ridicolizzeranno,
specialmente nel confronto con la genialit spontanea
dei ragazzi che ci staranno a guardare alle prese con il
copincolla.
Non possiamo pronunciare la stessa frase che pronunci
quel genitore al ricevimento plenario: Io, professoressa, lo
ammetto: termologicamente sono inniorante.

 Del genitore che ha studiato.

Quando ero bambina io, erano ancora tanti i genitori che
non avevano studiato. Questo mal comune magari non si
trasformava per loro in un mezzo gaudio, ma li poneva tutti
su un medesimo piano in cui essi si riconoscevano e da cui
riuscivano perfino a trarre picchi d'orgoglio. Spesso, infatti,
l'unico motivo per cui non avevano studiato era di tipo
esclusivamente economico. Non avevano studiato perch
erano cresciuti insieme a quindici fratelli, perch dei loro
due genitori solo quello maschio lavorava, perch di conseguenza
i soldi erano pochi e perch il lavoro minorile non
era considerato uno scandalo come oggi, ma un atto d'amore,
di devozione e di dovere morale nei confronti della famiglia
a cui si apparteneva.
Se in qualcuna delle famiglie economicamente in difficolt
emergeva una mente dotata, capitava che i genitori
si facessero in quattro per garantirle una formazione scolastica
adeguata. Il proprietario di suddetta mente, cos,
salvato da un futuro come "vile meccanico", veniva mandato
a scuola. Egli percepiva quell'occasione come l'Occasione,
quell'evento come l'Evento. Andando a scuola, egli
si sarebbe elevato, si sarebbe distinto, si sarebbe salvato.
La scuola diventava l'ncora di salvezza e il professore un
braccio teso, aggrappandosi al quale si poteva riemergere
dal mare d'ignoranza e diventare... qualcuno.
Diventare qualcuno, a quei tempi, non significava finire in
televisione a fare il burattino vociante, la velina scosciata,
il politico puttaniere o la puttana del politico. Significava
saper parlare, conoscere l'etimologia delle parole, masticare
agevolmente di filosofia, citare poesie eterne, succhiare
dalla cultura il nettare laico ma etico ch'essa elargisce, puntare
a un lavoro la cui qualit fosse determinata non dallo
stipendio mensile ma dalla soddisfazione provata a esercitarlo
e dalla ricaduta sociale conseguente, distinguersi dalla
massa, ma nel bene. Diventando cio migliori della massa,
non uguali a essa, o peggiori.
Nella societ dei genitori che non avevano studiato, il colloquio
con chi invece lo aveva fatto si basava su una forma
di rispetto che induceva l'ignorante a prostrarsi anche eccessivamente
al cospetto dell'erudito. Il quale, se era solo
erudito ma non colto, poteva provare ad approfittarsene.
Un genitore privo di titolo di studio non si sarebbe mai
permesso di mettere in discussione le scelte didattiche di
un insegnante, n di criticarlo palesemente e sfacciatamente
al cospetto del figlio per un voto affibbiato. Non lo faceva
perch sentiva di non averne in mano gli strumenti, ma
ancor di pi perch - pur nell'ignoranza che lo avvolgeva, o
anzi, proprio in virt di essa - percepiva spontaneamente il
clamoroso errore educativo che in quel modo avrebbe fatto.
Screditare un professore agli occhi del figlio aiuta il genitore
ad allearsi il figlio con facilit, ma crea una spaccatura
insanabile tra gli adulti stessi che invece, a occhi adolescenti,
dovrebbero apparire uniti, compatti e inscindibili.
Oggi questa spaccatura  all'ordine del giorno.
Oggi molti genitori hanno studiato. E questo  senza alcun
dubbio un bene. Hanno studiato perch tutte le famiglie
d'origine di chi oggi viaggia sui quarant'anni potevano
permettersi di mandare a scuola i figli messi al mondo.
Purtroppo per, quei figli di allora che hanno studiato, nella
maggior parte dei casi non hanno capito il valore inestimabile
del giochino a cui erano stati iscritti. Hanno vissuto
l'Occasione come un'occasione, l'Evento come un evento.
Hanno affiancato lo studio alla perpetua lamentela di dover
studiare, tentando di sottrarsi all'obbligo pi produttivo
che in realt a ogni individuo sia dato di provare nella
vita. Hanno inventato nuovi verbi ("bigiare", "fare forca",
"marinare") per giustificare la preferenza attribuita, tra
scuola e circolino ricreativo, al circolino ricreativo. E, una
volta terminati quegli studi, sono diventati presuntuosi e
pure un po' arroganti.
Oggi i genitori che hanno studiato si presentano ai colloqui
con i professori dei loro figli e credono di poter insegnare
loro a svolgere una tra le professioni meno insegnabili.
E questo sarebbe il male minore, risolvibile con una
frase (gentile genitore, si faccia le professioni sue) breve
e chiara nonostante la celata metafora.
Il dramma esplode quando i genitori che hanno studiato
mettono in moto il deprecabile meccanismo di infamare i
docenti dei loro ragazzi parlando coi loro ragazzi stessi.
Mamma, quello di Filosofia mi ha dato tre.
Quello di Filosofia  un deficiente: domani ci vado a
parlare io e gliene canto quattro.
Dove vuoi andare? Cosa vuoi cantare? Stai a casa tua, genitore
che hai studiato, e - proprio perch hai studiato - canta
a quel ragazzo che hai messo al mondo di studiare pi
di te e di fare dello studio un veicolo di educazione, buon
gusto e civilt.
E cantagliela per il verso giusto, quella canzone,
cantagliela con umilt, senza fargliela pesare: perch non esiste
spettacolo pi odioso agli occhi di uno studente di un genitore
che, per spingerlo ad acculturarsi, faccia sfoggio di
cultura.

 Del genitore che fa sfoggio di cultura.

Il genitore che macina un paio di quotidiani al giorno, che
divora un libro a settimana, che possiede una biblioteca
domestica da fare invidia a quella del babbo di Giacomo
Leopardi e che quando parla con chicchessia non perde mai
occasione di far presente quanto  preparato, informato e
vigile sul mondo, come minimo si ritrova tra le mani un
figlio che risponde al richiamo della cultura con un rutto.
Quello non far altro che stressarlo (Leggi!, Studia!,
Informati!, Documentati!) e questo, in maniera tacita
o esplicita, gli far presente il proprio punto di vista (See,
ciao).
 il caso, per esempio, di quel mio studente di terza superiore
che era costretto a dividere la casa e la vita con un
malriuscito clone del conte Monaldo Leopardi.
Vede professoressa era uso raccontarmi suo padre al ricevimento
settimanale, a me un libro dura s e no tre giorni,
perch io leggo ovunque, io non esco, non mi siedo e non
mi corico senza un libro tra le mani, io non vivo se non leggo.
Io, vede, compro sempre il quotidiano, anzi ne compro
due, cos posso avere un punto di vista panoramico. Non
appena ho finito i miei giornali, passo ai libri. Vedesse che
fior di scaffali pieni zeppi abbiamo in casa. Dostoevskij,
Tolstoj, Kafka, Pirandello, Hemingway, Baudelaire. Lei sapr
sicuramente cosa disse Blaise Pascal (" meglio sapere
qualcosa di tutto, che tutto su una cosa"), o cosa scrisse
John Milton ("Il mio esservi ignoto dimostra che voi stessi
siete ignoti"), o cosa sostenne Virgilio ("Mens movet molem"),
o quello che dichiar Aristotele ("Gli uomini colti
sono superiori agli incolti nella stessa misura in cui i vivi
sono superiori ai morti"), o quello che divulg Bacone ("La
lettura fa l'uomo completo; il discorrere lo rende preparato
e lo scrivere esatto"), o quello che profess Brougham ("La
cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da
trascinare; facile da governare, ma impossibile a ridursi in
schiavit"), o quello che ripete Matthew Arnold ("La cultura
 la passione per la dolcezza e la luce, e - ci che pi
conta - la passione di farle prevalere"). Io e mia moglie non
facciamo che ripetere a nostro figlio che la vita senza libri
non  vita, che la giovent senza lettura  buttata al vento.
Gli abbiamo proposto chiss quante volte di leggere e
analizzare insieme un romanzo, un classico. E lui invece,
come vede un libro, avverte subito un malore psicologico,
una spontanea intolleranza, e fugge.
Sarei fuggita anch'io, con due rompiscatole come questi.
E, vista la passione per le frasi a effetto, fuggendo avrei
citato quella di George Santayana: Una cultura limitata
tende all'orpello, mentre una cultura sofisticata tende alla
semplicit.
Invece ho un piacevolissimo ricordo di mio padre, che
non possedeva una biblioteca personale e non perdeva
tempo a predicare, ma razzolava con verace concretezza
e, quando mi ammalavo ed ero costretta a letto col febbrone,
tornando dal lavoro in fabbrica si fermava alla libreria
del paese a comprarmi l'ultimo romanzo di Gianni Rodari.
Lo aspettavo come un dono, come una fortuna, come un
privilegio. Forse perch, porgendomi il pacchetto col fiocchino,
non lo faceva mai passare come un esame di cui in
quel momento stavamo fissando la data, ma come quello
che era in realt: un regalo.

 Del genitore che "Troppo studio fa male".

Poich i genitori sono vari come il mondo in cui abitano,
Fortuna (nel senso di vox media) ha voluto che sulla tua strada
tu abbia incrociato anche quello che si lamentava per il
carico di studio.
Be, ma non  mica lei che deve studiare, scusi:  suo
figlio.
S, ma (poverino) non ce la fa.
Eppure mi creda: gli esercizi assegnati sono attentamente
calibrati sul tempo a disposizione dei ragazzi.
Le credo, ma i nostri ragazzi non hanno mica solo il pensiero
della scuola.
Ah no?! E in quali altri pensieri sono impegnati, se mi
 concesso di sapere?
Ma lo sport, professoressa!
Ah, ecco, lo sport.
Mio figlio per esempio gioca a tennis: sa quanti allenamenti
ha alla settimana?
Troppi, immagino.
Magari troppi no, ma molti s. Ed  importante fare
sport, sa, molto importante. I ragazzi non possono passare
i pomeriggi a studiare. Fa male alla salute fisica in generale
e alla spina dorsale in particolare.
Vorresti dire a questo gentile incolto che spina dorsale 
espressione impropria e che dicitura corretta  invece
colonna vertebrale, ma costui non te ne d occasione perch s'impadronisce
anche del tuo tempo e parla sempre lui.
Vorresti anche raccontargli di quando eri ragazzina e
giocavi a basket, di quando t'iscrivesti al liceo e in quarta
ginnasio, considerato il carico di studio, senza ciglio battere
rinunciasti allo sport perch tra imparare a tradurre Tityre,
tu patulae recubans sub tegminefagi e imparare a buttare
un pallone dentro un cerchio in ferro non avevi il minimo
dubbio su cosa fosse pi importante nella vita, ma quello
seguita ad argomentare e si accalora come se si stesse allenando
pure lui, come suo figlio.
Perch, vede professoressa, la postura  importante nella
vita, e stare troppe ore curvi pu causare anche la gobba!.
Vorresti dirgli che il pi grande e indimenticabile poeta italiano
di tutti i tempi aveva la gobba e che, sar egoismo,
ma l'intera umanit sar grata nei secoli a suo padre Monaldo
per averlo avviato agli studi e non averlo iscritto invece
al Gruppo Juniores del Centro Sportivo Recanati. Ma
il tuo interlocutore  troppo accalorato e le sue argomentazioni
gli sembrano troppo attendibili e veritiere per ascoltare
il contraltare. Decide quindi di portare il discorso su
un altro piano.
Oltretutto, professoressa, si tratta anche di un discorso
finanziario.
Poich la crisi economica  un dato tangibile, indiscutibile
e concreto, decidi (errando) di prestargli ancora un po'
d'orecchio anzich espellerlo dall'aula del ricevimento. Cos
facendo, per, hai l'irripetibile occasione di constatare a
quali elevati livelli possa pervenire l'idiozia di un genitore.
I libri costano, professoressa.
Vorresti dirgli che  vero, i libri costano. Ma, come ebbe
a scrivere George Orwell: "Il consumo di romanzi e saggi
 basso non perch sono troppo cari, ma perch la lettura
 un passatempo meno allettante delle corse dei cani, del
cinema o del pub". E, fatti due conti e sommate tutte le altre
spese che ci concediamo senza ciglio battere, "leggere
 uno dei diversivi pi economici:  probabilmente il pi
economico, dopo l'ascolto della radio".
Vorresti dirgli che,  vero, i libri costano. Ma che molto
di pi costano i jeans griffati, le maglie firmate a grandi iniziali
sul petto e sulla schiena, le scarpe sportive che suo figlio
come tanti altri usa per andare a spasso in centro, trascurando
peraltro i danni dermatologici che comporta il
prolungato contatto con la plastica e la gomma.
Vorresti dirgli che pensi tutto il male possibile di ci che
da minuti sta vomitando da quella bocca, privo di alcun
senso del pudore. Dirgli magari anche che  mancanza di
rispetto presentarsi al colloquio con la professoressa d'italiano
e perorare la causa dell'Educazione Fisica.
E vorresti avvertirlo di ci che sai per certo: che cos predicando,
il rischio di allevare un figlio con parecchi muscoli
ma con poco cervello  elevato. Elevatissimo.
Per non fai niente di tutto questo e la decisione ultima
che prendi  quella di tacere e di farti i fatti tuoi. Che poi, a
conti fatti e con i tempi che corrono, parrebbe la migliore.
Cos, mentre decidi di non replicare, aspetti che si alzi e finalmente
se ne vada. Accompagni il tuo saluto con un sorriso
amaro, finto e striminzito e, mentre lo guardi allontanarsi,
ti torna in mente quanto accadde a un tuo collega che
in un Istituto per Geometri insegnava a riconoscere e capire
i materiali da costruzione.
Affinch i suoi studenti li riconoscessero e li capissero
bene come lui, assegn loro come compito per casa lo stesso
che i suoi docenti tanti anni prima avevano assegnato a
lui: recarsi, una domenica, magari in coppia o a piccoli gruppetti,
in certe localit che egli stesso segnalava, a osservare,
fotografare, toccare con mano questo o quel monumento,
realizzato con questo o quel materiale. Nella sua trovata
pedagogica convivevano l'intento di farli studiare ma ancor
di pi la volont di metterli alla prova a tutto tondo, costringendoli
a organizzare la trasferta, a prenotare il mezzo
di trasporto, a raccogliere il denaro necessario, a portarsi
dietro il materiale indispensabile, a vivere un'esperienza
autonoma e di gruppo insieme, ad assimilare la teoria per
mezzo della pratica. Non era questo anche il metodo sperimentale
di Galileo?
Di Galileo forse s. Ma non dei genitori di quegli alunni,
che subito si riunirono in assemblea Carbonara, raccolsero
i pareri contrari all'iniziativa facendo un prevedibile
en plein e corsero dal preside con un foglio pieno di firme
tra le mani, piagnucolando per le assurde pretese di quel
professore despota e tiranno, che osava far crescere i loro
figli col sudore del sacrificio depredandoli del loro giorno
di riposo settimanale.

 Del genitore che fa i compiti al figlio.

Che ci siano i genitori che aiutano i figli a studiare, si sa.
Che ci siano quelli che talvolta spifferano loro la risposta
alle domande o suggeriscono la soluzione dei problemi,
pure.
Quello che io non m'aspettavo  che ci fossero addirittura
quelli che si sostituiscono ai figli. Mi riferisco a una sostituzione
materiale, fisica: a scrivere cio sono il braccno
e la manina del genitore e non quello del ragazzo.
Lo posso giurare, perch ho vissuto la traumatica esperienza
in prima persona.
In genere gli alunni maschi scrivono come dei polli: hanno
una - grafia che non definirei calli -, ma caco -. Poverini,
si sforzano anche, ma non ce la fanno: vanno di geroglifico
e a volte sono i primi a non decifrare il loro stesso codice.
Avevo invece questo ragazzino timido e insicuro, taciturno
e introverso, che scriveva bene come le ragazze. Anzi,
meglio di loro: caratteri pi maturi, niente palline tonde
e grasse sulle "i", pressione sul foglio leggera, tratto elegante.
Un amore di scrittura. Ritiravo gli elaborati svolti
a casa e facevo la corsa a correggere il suo: non ci trovavo
mai un errore, la lettura scorreva gradevole, priva d'intoppi
e d'incomprensioni.
Che strano, per: se lo interrogavo non spiccicava verbo
e, quando raramente lo faceva, lo spiccicava balbettando.
Sar la sua incertezza caratteriale, mi dicevo. Sar che,
anzich inibirlo, il foglio bianco lo liberava con trasfusioni
di coraggio.
La prova del nove giunse con la prima verifica assegnata
in classe: una zampa di pollo aveva impugnato la penna al
posto di quell'amanuense aggraziato e anzich segni grafici
immediatamente decodificabili, io mi trovai davanti un dedalo
arzigogolato in cui non distinguevo il capo dalla coda.
Convocai la madre del ragazzo.
Ella si present accompagnata dalla nonna di costui.
Fui immediata e sincera: andai al nocciolo del problema
e parlai chiaramente. Mi aspettavo una risposta altrettanto
esplicita e onesta. Ma entrambe si dichiararono disposte
a giurare su questo e su quest'altro che il ragazzo lavorava
in autonomia e che nessuno scriveva al posto suo.
Fu lui a confessare, in classe, da solo, in un serrato faccia
a faccia con la sottoscritta: la mamma si sostituiva regolarmente
a lui, ragionando, risolvendo, rispondendo, svolgendo
e scrivendo al posto suo.
Lungi dall'essere eccezionale, il caso si presenta oggi molto
spesso. Magari le modalit sono meno plateali e gli stratagemmi
pi furbastri e raffinati. Ma la sostanza  sempre
quella: il tentativo (pedagogicamente pericolosissimo e deleterio)
di sollevare i figli dalla fatica, dagli impegni, dalle
responsabilit e dal confronto con chi chiede loro conto di
qualcosa. La paura di lasciarli andare, di buttarli nella mischia
della vita, nell'agone dell'esistenza.
Non mi si dica che l'errore  nella scuola, la quale non dovrebbe
assegnare compiti pomeridiani ma limitarsi a svolgere
il programma in classe lasciando il resto del giorno libero
per gli altri impegni. Quale altro impegno pu essere
pi importante, dagli undici ai diciotto anni, di quello rappresentato
dalla scuola? Lo sport? Bene, prima si studia,
poi ci si allena. Il teatro? Ottimo, prima si studia, poi si va
alle prove. Le amicizie e i rapporti sociali? Perfetto, prima
si studia e poi si esce a socializzare. A sapersi organizzare,
nella vita c' tempo per fare tutto.
Non mi si dica nemmeno che i compiti per casa sono un
metodo adottato dagli insegnanti per lavorare di meno la
mattina. Come si permette uno come Paolo Crepet, psichiatra,
sociologo e direttore scientifico della Scuola per
Genitori, di scrivere frasi come questa? "Un aspetto imbarazzante
del rapporto tra scuola e famiglia  rappresentato
dai compiti a casa: esso segnala, come pochi altri fenomeni,
il malfunzionamento di entrambe le agenzie educative."
A parte il fatto che "agenzia educativa" lo dice a qualcun
altro. Ma poi: che discorso ?! Leggiamo ancora: "Si delega
alla famiglia ci che la scuola non riesce pi a svolgere
quotidianamente come se, depositata in qualche meandro
del Ministero dell'Istruzione, vi fosse un'autorizzazione tacita
a trasferire ai parenti parti fondamentali della formazione
di base e specialistica dei giovani". Ma di che parla?!
Andiamo avanti: "Nessun operaio della Fiat si porta a
casa un tergicristallo da finire: perch un ragazzo deve continuare
da solo o con dei dilettanti un lavoro non finito?".
Ma gli sembra un paragone serio?! Riferendosi all'ultima
riforma, infine, scrive: "(...) la scuola avr ottimi motivi per
delegare ulteriormente alle famiglie il carico e la responsabilit
della formazione dei loro figli. Gli insegnanti lavoreranno
ancora meno".
Trovo pesanti e offensive, oltre che prive di lungimiranza
e intuizione critica, queste parole.
Nessun insegnante si aspetta da parte dei genitori l'atteggiamento
lamentato da Crepet. E non  perch non riesce
a svolgere il proprio lavoro in classe, o perch non ne ha
voglia, che un docente assegna i compiti per casa ai suoi
ragazzi. Non c' nessun tergicristallo da finire, quando si
assegnano i compiti per casa. Non  mai stato studente, il
signor Crepet? E non ha mai studiato il pomeriggio a casina
sua? Non ha mai sperimentato l'utilit di rivedere
- nel silenzio della propria abitazione e nell'autonomia dei
propri tempi - i concetti, le regole e i fondamenti ascoltati
al mattino in mezzo alle distrazioni dell'ambiente scolastico,
le chiacchiere dei compagni, il pensiero della verifica
all'ora dopo, il profumo del panino al salame che sale
dallo zaino? Non ha mai fatto schemi riassuntivi sul proprio
quaderno e poi ripetuto a voce alta venti pagine di
storia, di scienze, di letteratura? Non ha mai tradotto una
versione dal greco, dal latino, non ha mai fatto esercizio di
pronuncia inglese? O un lavoro di ricerca, una ventina di
equazioni, l'analisi di un testo poetico, la dimostrazione di
un teorema di geometria? Lui ha fatto tutto sempre e solo
a scuola, in quelle cinque, massimo sei ore di lezione? O
chi era, Mandrake?!
Ragioniamo tra di noi, genitori, venite qua, avvicinatevi,
ch c'ho da darvi un paio di consigli buoni: 1) ignorate di
sana pianta le boiate scritte da Crepet; 2) lasciate che i vostri
figli studino da soli. Se proprio volete essere di qualche
aiuto, fate presenza, fatevi vedere, pesticciategli vicino,
non dileguatevi a giornate intere nei posti di lavoro: siate
presenti. I figlioli al mondo ce li avete messi voi, mica io:
non potete fare finta che poi non ci siano. Mentre svolgono
esercizi e parlano da soli come pazzi in camerina, preparate
loro una bella merenda: sia questo il vostro modo
di aiutarli. Ma non sostituitevi mai a loro, non prendete il
loro posto. Non guadagnatevi il merito di una verifica fatta
bene all'indomani, non tentate di rivivere la vostra giovinezza
tramite la giovinezza dei vostri ragazzi. Analogamente,
non proteggeteli dal rischio dei brutti voti, dall'eventualit
di un fallimento.
Le musate in terra fanno crescere. E fanno tanto, tanto
bene.

 Del genitore che s'identifica nel figlio.

Anche per una questione d'et, uno si aspetterebbe che i
genitori avessero reazioni diverse da quelle dei loro figli:
i primi si aggirano tendenzialmente intorno alla quarantina,
i secondi pascolano in piena adolescenza.
E anche per una questione di ruoli, uno vorrebbe assistere
a scene equilibrate, in cui i padri interpretano i padri
e i figli fanno i figli.
Sospetto che il regista di questa commedia umana si distragga
spesso, ultimamente. E che gli attori, rubandogli il
controllo della scena, facciano un po' il cavolo che vogliono.
Non so come potrebbero altrimenti spiegarsi certe inusitate
reazioni che noi docenti siamo costretti a sorbirci.
Mai come di questi tempi affibbiare un votaccio a un ragazzino
 impresa eroica. Se il cinque (blando, docile, gentile,
facilmente rimediabile poich proiettato verso il sei,
quindi apparentemente innocuo e quasi simpatico)  ancora
tollerato, quasi minimizzato, quindi sostanzialmente
ignorato (Mamma, ho preso cinque, Cosa?!, Mamma,
ho detto cinque, mica quattro!, Hai ragione, scusa), col
quattro iniziano i dolori. Non tanto per lo studente, quanto
per i genitori di costui. Col tre poi non ne parliamo. Al
due te li ritrovi frontali, seduti al banchino.
 provato statisticamente (da me medesima) che otto genitori
su dieci, di fronte al voto basso, piangono.
Il pi delle volte lo fanno l, davanti a te, cogliendoti alla
sprovvista quando non te lo aspetteresti, impegnata, seria
e severa come sei a svolgere il tuo lavoro iniquo che purtroppo
comprende anche questo, rendere conto agli adulti,
come se non bastasse farlo quotidianamente coi loro ragazzi,
a cui tutti i benedetti giorni devi spiegare, motivare,
far capire e digerire il boccone pi indigesto: quell'insufficienza
che gli allunghi.
Tu spalanchi il registro, ti allinei sulla colonna giusta,
scorri il dito in verticale e leggi a voce alta: All'ultima verifica
scritta ha preso due. Loro corrugano la fronte, si
mordono un labbro, balbettano una frase incomprensibile.
E infine piangono. Per lo pi in presenza del figlio stesso,
opportunamente convocato ad assistere al drammatico
incontro. Nel frattempo, io mi pongo insistente la domanda:
perch lo fanno?
E non mi basta rispondermi: per il dispiacere. N ribadire
mentalmente a me stessa il beneficio psicologico addotto
dal pianto libero. Ci si dispiace di un due evitando
un nubifragio di lacrime. E ci sono casi in cui il teorico beneficio
del pianto liberatorio si trasforma in danno educativo
concreto e duraturo.
Io temo che un figlio che va male a scuola rappresenti
piuttosto una ferita narcisistica per i suoi genitori. Per questo
essi piangono: perch quel fallimento scolastico  lo specchio
dove vedono riflessa l'immagine del loro fallimento
educativo. Perch, in un pericolosissimo processo di identificazione
eccessiva, provano l'impressione che quel due
sia stato dato non al ragazzo di casa, ma a loro.
Ma poniamo che una tale confusione di ruoli sia, se non
condivisibile, quantomeno comprensibile: chi ne ha, sostiene
infatti che mettere al mondo un figlio induce a comportamenti
altrimenti insospettabili. Quella che non pu
essere assolutamente accettata, per,  la fuoriuscita della
lacrima copiosa e impudica.
Un genitore non pu farsi vedere piangere dal proprio
figlio, via. Semplicemente: non pu.
E non mi si venga a dire che il pianto  un gesto onesto
di debolezza umana a cui ogni individuo ha pieno diritto
di abbandonarsi. Nei confronti degli adolescenti con cui si
relazionano, i genitori (come gli insegnanti) non sono individui
come tutti gli altri, quindi non possono permettersi
di piangere, o almeno non per queste sciocchezze. Chi
piange perde credito e credibilit, acquistando biasimo e
ignominia. Vergogna!
Siete professori e una classe vi manda al manicomio con
l'indisciplina? Provate a mollare i freni inibitori e a buttarla
in pianto, poi vedrete il rispetto che vi sar riservato. Gli
studenti si vantano, si fanno belli, ma che dico, si beano di
aver fatto piangere un insegnante, vivono l'episodio come
un momento di sempiterna gloria destinato a far di loro
nientemeno che "quelli che hanno fatto piangere il profe
tale o la profe tal'altra". Narreranno l'epica impresa ai posteri,
ne lasceranno memoria scritta affinch l'onta subita
dal nemico non venga mai coperta dalla polvere del tempo,
la racconteranno ai figli e ai figli dei loro figli a paradigma
di nobilt genetica, a garanzia di ottimo DNA. E questo non
perch sono degli stronzi matricolati. Semplicemente perch
questo sta nel gioco delle parti.
Parimenti, nel gioco delle parti dei docenti sta l'adozione
di un atteggiamento sempre e comunque dignitoso, a prescindere
dalle condizioni in cui essi espletano il proprio mestieraccio
infame. Costi quel che costi (dal rimediare una cimosa
ingessata in faccia all'essere mandati esplicitamente
affanculo), l'insegnante si mostrer alla classe perfettamente
in grado di esternare i propri stati d'animo con autocontrollo
e moderazione. Est modus in rebus  l'aforisma a cui
egli s sovente s'appella: bene, cominci lui a dare l'esempio
di quanto una misura stia davvero in tutte le cose.
Non diversamente dovr comportarsi il genitore che, di
fronte alla valutazione insufficiente incassata dal figlio, anzich
adottare un comportamento paritario e proiettarsi nel
ragazzo piagnucolando al posto suo, far meglio a restare
tetragono e affidarsi a stratagemmi educativi ben pi efficaci.
Non so: sottrazione di vettovaglie alimentari quotidiane,
occultamento di mezzo di trasporto su due ruote, eliminazione
temporanea di strumento portatile per comunicazione
telefonica, drastico taglio di retribuzione settimanale.
Fate quello che vi pare, fate voi, aguzzate l'ingegno, andate
liberi di fantasia.
Ma per favore. Per carit. Non piangete.

 Del genitore delegante.

Ho fatto un giochino: connessa a Internet, ho cliccato sulla
voce "Libri sull'infanzia".
Mi si  materializzata sul video una biblioteca virtuale
e ho trascorso un'oretta e mezzo a sorridere sbigottita davanti
ai titoli pi assurdi.
Esiste tutto un mondo, l fuori, di pubblicazioni dedicate
all'argomento. Per qualsiasi problema c' una promessa soluzione.
Per qualsiasi questione c' il volume che fa per voi.
Il bambino non dorme? Il bambino non mangia? Non va
d'intestino, non si libera dell'aria in corpo, non parla, non
ride, ha il nasino chiuso? Racconta le bugie, non sa scrivere
poesie? E geloso, rissoso, odioso? Guarda troppa televisione,
dice parolacce, si scaccola pubblicamente?
E voi, genitori, vi sentite assillati, sfiancati, disidratati,
frustrati, esclusi, inadeguati?
Non dovete temere: entrate in una libreria, oppure fate
una consultazione in Rete, chiedete, e vi sar dato. Del resto
leggere e informarsi  un atteggiamento positivo che
denota apertura mentale.
Delegare a un libro la crescita dei figli un po' meno, e comunque
raramente un libro cambia la vita, specie se non
 un capolavoro di romanzo ma un manualetto di sopravvivenza
spicciola.
Il passo successivo  dunque partecipare a un programma
alla tv e rendere spettacolare il fallimento familiare.
SOS Tata (recentemente affiancato dal neonato e altrettanto
sinistro Adolescenza: istruzioni per l'uso) va in onda dal 2005
e s'ispira al format americano Nanny 911. Funziona cos:
due genitori imbelli e disperati, alle prese quotidiane con
(generalmente) un paio di figli cafoni e ineducati (quando
va bene) o maleducati (nei casi pi frequenti), telefonano
alla redazione e chiedono l'intervento di una delle sei
"tate" del team, quella ritenuta pi adatta ad affrontare il
problema sollevato. Si tratta di donne impegnate in professioni
legate al mondo dell'infanzia e della preadolescenza:
dirigenti di comunit, esperte della sindrome da deficit
di attenzione, laureate in Scienze Motorie o Pedagogia,
insegnanti. La tata prescelta vive per una settimana all'interno
della famiglia incasinata: nei primi due giorni si limita
a osservare e prende appunti. Dal terzo giorno in poi
mette tutti in riga: piovono regole, sanzioni, divieti e punizioni.
S'odono finalmente molti "no". Generalmente ce la
fa: o almeno,  questo ci che mandano in onda per darlo
in pasto al folto pubblico.
Il programma, infatti, ha un grande successo.
Questo ci dice una cosa sola: che nell'educazione dei loro
figli i genitori si fanno dare pappa e ciccia da una completa
sconosciuta che si accampa a casa loro per una settimana
e che al terzo giorno ha ottenuto pi rispetto di quello che
loro due messi insieme hanno racimolato dal giorno della
nascita della prole ad oggi.
Un solo commento: bella figura.
E qualche considerazione: la mia nonna paterna e la mia
nonna materna hanno avuto - pi o meno come le vostre,
immagino - rispettivamente tre e dodici figli. Quella che ne
aveva "solo" tre non aveva neanche il marito ad aiutarla,
sempre ammesso che i mariti di quell'epoca fossero disposti
come quelli di oggi a dare una mano in casa. Quella che
ne aveva dodici ne perse quattro in tenerissima et. Rimase
comunque con otto bambini, partoriti quasi tutti in fila,
uno dietro l'altro. Erano entrambe analfabete e non possedevano
la televisione. Ce la fecero entrambe egregiamente
- pi o meno come le vostre, immagino. Perch di una
qualit erano assai provviste, l'unica davvero indispensabile
quando si ha a che fare con cuccioli d'uomo: il buon senso.
Cos mi chiedo se hanno buon senso quei genitori che
delegano perennemente ad altri un compito che non spetta
altro che a loro. E mi chiedo se non nascondano piuttosto
una ritirata, una tacita resa, quegli attacchi che essi riservano
agli altri adulti che interagiscono con i loro figli.
Prendi le maestre dell'asilo.
Poich ne conosco, quando ci parlo le scopro spesso vessate
da pretese inverosimili, da richieste maniacali d'attenzione,
da rivendicazioni eccessive. Da loro si pretende che
curino l'alimentazione, l'igiene, l'educazione e la formazione
dei pulcini (mediamente una decina a testa) con cui
hanno a che fare. Non che collaborino con le famiglie: che
se ne accollino tutto l'onere e tutta la responsabilit.
Persino alcune mamme, capaci di un giudizio equo oltre
che solidale, sostengono che l'ingerenza di molti genitori
in settori non propriamente loro vorrebbe coprire la mancanza
di un reale interesse nei confronti della prole. Essi
magari la trascurano per dedicarsi al lavoro e alle passioni
personali a cui non intendono rinunciare, esigendo per
che altri facciano il lavoro al posto loro e mettendo bocca
nei programmi svolti all'asilo (i programmi all'asilo?!), nella
metodologia con cui s'insegna l'inglese ai bimbi (pare
che oggi le canzoncine non siano pi ritenute all'altezza e
che si miri a corsi monografici), mentre aspettano che quelli
crescano per (far finta di) seguirli nel percorso scolastico
propriamente detto.
E per andare finalmente a molestare i professori.

 Del genitore che chiama i carabinieri.

A volte entro in classe e, al posto della classe, trovo una sparuta
rappresentanza di studenti.
Pu capitare, no? L'influenza che falcia i pi gracili, lo
sciopero che paralizza i pi lontani, la verifica che fa volatilizzare
i pi vigliacchi.
Quelle mattine l, a livello didattico si rallentano i lavori:
la verifica salta perch manca il numero legale dei presenti,
spiegare cosa fai, spieghi a due gatti? E interrogare
che fai, interroghi proprio quei due gatti che sono stati gli
unici a venire?
A livello umano, per, quelle mattine l sono le pi generose.
 l'occasione buona per fare due chiacchiere informali,
raccontarci un episodio personale, ridere di una risata
pi disinibita, conoscersi, capire.
E insomma, Giorgio, com' andata a finire poi quel giorno?
Eh, com' andata a finire, com' andata a finire...  andata
a finire che quel giorno la mia mamma s' arrabbiata
proprio tanto...
Be', vorrei vedere. Mi sarei arrabbiata anch'io, se avessi
scoperto che mi avevi tenute nascoste quattro insufficienze
gravi.
Ho capito profe, ma non era mica il caso di fare tutta
quella sceneggiata l... pareva indemoniata, pareva...
Povera donna, invece ha fatto proprio bene. Io ti avrei
tirato anche diverse ciabattate sul groppone.
E perch, lei no?!
Ah! Te le ha date!
S... me le ha date, me le ha date...
Eh! Eh! Eh!
... ma tanto poi alla fine chi ne busca  sempre lei.
Come sarebbe a dire?!
Vabe', profe, cosa devo fare, stare a prenderle e zitto?!
Ma cosa vorresti dirmi, che osi ribellarti quando la mamma
ti allunga uno scappellotto?!
O profe, per forza! Non star mica fermo senza reagire!
Non sono mica grullo!
E cosa fai, di preciso?
Dipende da quello che fa lei: se mi tira una ciabattata,
gliela ritiro.
Eh?!
Be', mi sembra il minimo, professoressa. Se poi mi viene
incontro per menarmi con le mani, a parte che ci arriva sempre
peggio perch via via cresco, ma insomma deve anche
stare all'occhio perch io invece a lei ci arrivo sempre meglio
e quello che mi fa, glielo rifaccio pari pari.
Sono allibita. Stai scherzando, vero?
Macch scherzando, profe! O ragazzi, diteglielo voi!
Mentre aspetto che i compagni confermino o smentiscano
l'amico (nel secondo caso dileggiandolo senza piet), in effetti
mi tornano in mente quei titoli odiosi di giornale che
ho sempre detestato perch costruiti sull'allarmismo facile
che fa presa sulla gente.
Quelli dove si scrive che i ragazzi picchiano i loro genitori.
Uno di questi, che mi ha portata nell'immediata periferia
di Genova, l'ho letto poco tempo fa.
All'interno di una casa, tra pareti domestiche apparentemente
normali, una mamma tenta in ogni modo di distogliere
il figlio tredicenne dal computer, attaccato al quale
egli vive dalla mattina alla sera. Per non abbandonare l'elettronica
creatura, il ragazzino ha praticamente smesso di andare
a scuola. Per non uscire dalla stanza dove l'elettronica
creatura risiede - immobile e innocua, finch lui non ci
mette le mani sopra - egli rifiuta di alimentarsi.
La madre, inizialmente solo un po' preoccupata, col tempo
sempre pi attanagliata dall'angoscia, sperimenta svariate
strategie.
Ma il lupo cattivo (vista l'et) non pu pi chiamarlo.
L'espulsione dalla casa (vista la legge) le  proibita.
Una coppia di schiaffoni ben aggiustati sul musino adolescente
(visti i principi della recente pedagogia) non  nemmeno
da pensare.
Non le restano che i predicozzi, sovente esternati a voce
alta, accompagnati anche da sporadiche scenate folleggianti.
Il figlio (ripeto, tredici anni) negli ultimi tempi ha preso
a reagire malamente.
Alza le mani sulla mamma. La picchia.
Come uno di quei mariti che portano la violenza dentro
la famiglia. Che credono di poter battere la moglie come si
fa con un tappeto vecchio e polveroso.
E allora, proprio come si fa con un marito malvagio, la
protagonista di questa storia corre al telefono, solleva la cornetta,
compone un numero e chiama le forze dell'ordine.
Pochi minuti e i carabinieri sono da lei.
Sequestrano il computer al ragazzino, portando via l'infernale
kit di console e wargame la cui fruizione, peraltro,
risultava autorizzata solo a utenti adulti (ma il giovane aveva
da poco scoperto la possibilit di collegarsi on line con
altri utenti e in questo modo perdersi in giochi della durata
anche di giorni).
Ma insomma, ragazzi:  vero o no quello che dice Giorgio?
Se i vostri genitori vi allungano un ceffonazzo in faccia,
voi che fate, incassate o reagite?
Magari si cerca di buttarla un po' sul ridere, per senta
profe, cosa si deve fare: quelle che ci danno, gli si rendono!
Speriamo almeno di rimanere sempre dentro i confini in
cui la risata  ammessa.
Ma a me, da ridere, sembra ci sia poco.

 Del genitore troppo presente.

D'accordo esserci, per occhio a non esserci troppo o, piuttosto,
a non esserci nel modo sbagliato.
Mi sembra di notare che i genitori che ci sono troppo, ci
sono perch sono ossessionati dalla paura di esserci troppo
poco.
Nel tentativo strenuo di essere completo, il genitore che
c' troppo si propone anche come fratello maggiore, amico
del cuore, confidente esclusivo, vigile bodyguard, confessore
laico, complice, assistente e socio, tutto insieme.
Il genitore, invece, dovrebbe fare solo quello: il genitore.
Guai a scambiare i ruoli, guai a confondere le figure. I
figli si smarriscono, perdono le coordinate, la direzione e
l'educazione.
Un ragazzo che percepisce il padre come un amico potrebbe
avere difficolt ad accettare un professore. Cosa vuole
questo qua, che mi ordina di fare i compiti, che pretende
di interrogarmi, che mi mette due se mi becca impreparato?
Ora vado dal mio amico babbo e glielo racconto, cos
glielo fa vedere lui.
Non pu essere che il padre sia l'amico, perch insegnanti
e genitori devono combattere dalla stessa parte della
barricata, devono remare lungo il medesimo senso del
fiume. Remare contro, che idiozia, non lo fanno che i salmoni,
durano una fatica bestia e alla fonte trovano gli orsi
bruni ad attenderli. Scavalcare i confini e aggregarsi alla fazione
opposta per riscuotere facile popolarit tra i giovani,
che enorme follia.
Ne incontro spesso, di genitori troppo presenti.
Una s'era come messa in testa di rifare da capo gli studi
medi inferiori e superiori parallelamente a quelli di suo
figlio: lo accompagnava a scuola tutte le mattine, lo veniva
puntualmente a riprendere all'uscita, lo marcava stretto
nello svolgimento dei compiti, pretendeva di conoscere
ogni minimo particolare della giornata scolastica e si aggregava
nelle gite.
Un'altra si vantava di sapere tutto di sua figlia.
Perch vede professoressa, io e Matilde, pi che mamma
e figlia, siamo... amiche!
Davvero?!
Certo, se lo faccia dire anche da lei: Matilde mi racconta
sempre tutto, ma tutto tutto eh!
Ma senti. Tipo?
Tipo, io potrei dirle il nome di tutti i ragazzini con cui
 stata insieme!
Ah.
Ma non solo! Chi crede sia stata la prima a sapere che
aveva fumato una sigaretta?
Chi?
Io!
Be', certo, che stupida...
Eravamo al mare, due o tre estati fa, adesso non ricordo.
Torn a casa che puzzava come un posacenere, al che
la guardai male e le feci la domanda diretta: "Matilde, non
mi dire che hai fumato!"
Che poi non sarebbe una domanda, ma insomma, vabe'.
Come?
No, dicevo, mi sembrava pi un'intimazione che... non
fa niente, mi scusi, finisca il suo racconto.
S, insomma le dico in questo modo e lei mi fa, subito,
cos, su due piedi: "Certo mamma, ho fumato, e allora?"
E allora?
E allora io mi dissi:  cos sincera, non posso punirla,
merita di essere premiata per questa sua straordinaria sincerit.
Cos continuer a raccontarmi sempre tutto.
Ma due o tre anni fa, scusi signora se mi permetto, Matilde
all'incirca andava in prima media!
S, perch?
No, niente.
Del resto, se uno fuma, fuma.
S, del resto, per magari, dirle che non fa bene, educarla
alla salute, che so...
Ma a quello ci pensa la scuola! Non lo fate anche in
questa, come si chiama quel progetto? "Educazione alla salute",
no? Alla scuola dell'altra mia figlia lo fanno!
S, signora, si chiama proprio "Educazione alla salute"
e lo facciamo anche qui, ma il punto  un altro...
Il punto, professoressa,  che io ho capito che i genitori
bisogna siano amici dei loro figli!  questo il segreto! Bisogna
essere presenti, farsi raccontare le cose! Pensi che la
Matilde mi ha raccontato perfino di essersi fatta una canna.
Ma per prova eh per.
Una canna?! Lo ha detto a lei?
Certo! Un giorno torn da fuori, in effetti era un po'
strana, un po' rimbambita. La guardo e le dico: "Ehi, bella,
tu non me la racconti giusta". E lei, subito: "Mamma, non
guardarmi in quel modo, mi sono fatta una canna, ma per
prova eh per".
Accidenti. E lei come ha reagito?
Come le altre volte, come dovevo reagire? Ma lei cosa
pensa, guardi che quelli che si fanno le canne vuol dire che
i genitori non si fanno raccontare niente, non sono amici,
per questo i ragazzi seguitano a farsele, perch se le fanno
di nascosto. Invece Matilde se n' fatta una e basta, per
provare, quella volta l e poi basta.
E lei si sente tranquilla? Si fida al cento per cento?
Vedr! Me l'ha detto lei! Be', quando una figlia ti viene a
dire che ha avuto il suo primo rapporto sessuale, vuol dire
che ti considera proprio un'amica.
Perch, gliel'ha detto?!
Certamente!
E lei?
E io?! E io l'ho portata immediatamente dal medico a
farle prescrivere la pillola!
Mi metteva a conoscenza della colorita aneddotica, e io
mi sorprendevo a chiedermi se avesse pi ragione lei ad abbattere
tutte le barriere e ad accorciare ogni distanza fino a
mettersi sullo stesso piano di un'adolescente, o se ne abbia
avuta pi mia madre, che invece prefer controllarmi, ma da
lontano, anche frugandomi dentro i cassetti, perfino
pedinandomi per la strada a qualche metro di distanza, ma senza
mai pretendere di pronunciare il placet a ogni scelta pi
o meno sconsiderata che facevo, nel nome di una presunta
amicizia tra noi due, che comunque non ci sarebbe stata.
Nonostante il successo dell'omonimo telefilm statunitense,
io credo che nessuna figlia, in realt, desideri una
mamma per amica.
Di amiche  pieno il mondo. Sono amiche che tradiscono,
amiche che non deludono mai, amiche solo di passaggio,
amiche che restano accanto una vita intera.
Quelle che scarseggiano sono le mamme vere, quelle che
devono pronunciare no fermi e convinti, che devono guardare
senza per farsi vedere, che devono durare una gran
fatica per mantenere la parola e la coerenza, che in una certa
fase della vita devono anche farsi detestare da chi amano
molto.
Quelle che devono assolvere un compito che non pu essere
altro che loro.

 Del genitore "ggivane".

Se c' una categoria che, a livello educativo, fa pi danni
della grandine e sopra cui passerei tanto volentieri con
un trattore cingolato  quella del genitore ostinato a fare a
tutti i costi il ggivane. No, nessun refuso: l'ho scritto con
due "g" apposta.
A essere giovani, infatti, non c' niente di male.
Il male arriva quando si vuole fare i giovani e si finisce
per questo per essere ggivani.
Il giovane  bello da guardare, desiderabile per questioni
fisiche, invidiabile per quel suo status anagrafico tanto privilegiato
quanto fugace. Il giovane  armonia, fantasia, freschezza.
A lui tutto si concede e molto si perdona, perch
deve crescere, deve capire, deve imparare.
Quando uno giovane non lo  pi,  ridicolo che s'intestardisca
a difendere una condizione che gli  ormai estranea.
Improvvisamente (e giustamente) il buon senso diventa
intransigente e comincia a pretendere da lui comportamenti,
pensieri e scelte in linea con quello che  diventato:
un adulto.
E invece eccoli l, i genitori ggivani: li riconosci al volo
come ti si materializzano davanti. Lui si fa la lampada, si
spara frequenti sedute dall'estetista e va in palestra un giorno
s e un giorno no. Nei giorni no va a giocare a calcetto.
Dopo il calcetto fa tappa nel localino giusto per l'aperitivo.
C'ha marcate anche le mutande e profuma come un campo
di mughetti.
La pi improbabile per  lei. Sua moglie.
Se lui accetta male l'ipotesi dell'invecchiamento, figuriamoci
la donna che gli vive accanto.
Lei non solo rifiuta di invecchiare: lei aspira a tornare
bambina. Come una Lolita fuori tempo massimo, si presenta
al mondo con gli abiti pensati per sua figlia e non mostra
esitazione alcuna quando appare al ricevimento plenario
bardata da tardiva adolescente. Indossa la mini, vacilla su
tacco dodici, sventola all'aria l'ombelico, espone l'iPhone
e a volte qualcos'altro.
Li vidi una sera, tutti e tre insieme. La famiglia Iannelli. Babbo,
mamma e Irene, prima B. Io ero in coda per entrare a
Palazzo Strozzi, loro erano in vetrina al Colle Bereto, il pi
trendy dei bar della zona. La pi vecchia di tutti pareva la
mia alunna, quindici anni. Sicuramente era lei la meno svampita.
Sua madre, un'opera scultorea. Di stucco e fondotinta.
Suo padre, un bronzo. Di sostanza e di colore. Intorno a
loro svolazzava una nuvola di gente, di parole, Cosmopolitan
e cocktail Martini. La madre gorgheggiava con le amiche.
Il padre vedi la madre. Irene si era appoggiata a un divanetto,
un po' si guardava intorno, un po' spippolava al
cellulare, un po' mi faceva tenerezza. La sua cena erano due
cubetti di mortadella sudata, quattro olive in salamoia, crostino
nero, crostino rosso, collinetta di arachidi, montagnola
di anacardi e un'esplosione a salve di popcorn. Poveraccia.
E ricordo che, entrando alla mostra sull'impressionismo,
mi domandavo che fine avessero fatto i modelli femminili
adulti. Dove fossero finite le attrici stagionate e brave a cui
ispirarsi anche per elaborare il canone della bellezza. Difficile
metterle a fuoco, dietro il botox. La celebre frase che Anna
Magnani rivolse al suo truccatore ("Le rughe non coprirle,
che ci ho messo una vita a farmele venire!") ha il sapore di
una barzelletta che poche donne oggi sottoscriverebbero.
Quando donne di questo tipo sono anche madri, scenari
allarmanti si profilano all'orizzonte.
O suscitano una profonda insicurezza nelle loro figlie, in
perpetua competizione con esse, o producono delle oche
giulive concentrate solo sull'aspetto fisico e sorde alla voce
di altri richiami esistenziali.
L'economia si strofina le mani e la pubblicit corre in
immediato rinforzo: non c' rivista (tantomeno quelle che
predicano e imprecano contro certi comportamenti) che si
sottragga all'oscena pratica delle modelle bambine in pose
da femmine fatali.
Dove sono le mamme di quelle modelline?
Sono con loro, l, dietro le quinte del set fotografico, a sgomitare
con altre mamme uguali a loro e a bearsi dell'unica
virt che non si coltiva ma che ci si ritrova in dono gratis,
la bellezza.
Da adolescente mi avrebbe dato parecchia noia avere una
mamma distratta con me perch troppo concentrata su di
s, illusa di possedere il gene dell'eterna giovinezza. Mi
avrebbe destabilizzata, confusa, imbarazzata. Mia madre
 sempre stata bella, ma  soprattutto sempre stata dignitosa.
Io, come tutte le mie coetanee, avevo i miei problemi
ad accettarmi fisicamente, ma mi sono sentita sostenuta e
consolata nel mio stato di insetto in divenire. E soprattutto
non ricordo di essermi vergognata mai di lei.
 
Del genitore che "Lasciamo che si esprimano!".

A essere sincera, sono cresciuta con la convinzione di averlo
preso in tasca. La sensazione scomoda di essere destinata
a un irrecuperabile ritardo biologico-epocale mi ha perseguitata
fin dall'adolescenza, fase in cui si inizia a riflettere
sulle disgrazie personali. Ero ragazzina e i grandi dicevano
che quando erano ragazzi loro, allora s che erano bei
tempi, ch c'era l'agitazione studentesca, il Sessantotto, la
disubbidienza, il sesso libero e Woodstock. Altro che i Duran
Duran. I giovani avevano grandi valori, che esprimevano
in un impegno politico idealista e contemporaneamente
concreto o che indirizzavano verso un'arte estrema e coraggiosa
a tutto tondo.
Poi sono diventata una ragazzona, mi sono laureata e
sono entrata nel mondo del lavoro. I soliti grandi (sempre
pi grandi) sospiravano che, ahim, i tempi non erano pi
quelli, ai loro s, che usciti da scuola si trovava un bel lavoro,
che si era gratificati, che il titolo di studio era considerato,
che c'erano i valori, che la politica contava qualche
cosa, guarda ora invece: che corruzione, che ignavia, che
mancanza di ideali, che mosciume generale.
Adesso sono grande anch'io. Ma quelli pi grandi di me
(che mi permetto di chiamare vecchi) mugolano ancora che,
be', c' poco da fare, questa nuova generazione adulta ha
fallito in ogni direzione e ha costruito un mondo sbagliato.
Sono nata troppo tardi per ogni cosa, insomma. E mi sono
persa le epoche storiche pi ganze.
Da quando osservo con pi concentrazione il mondo
dell'infanzia, mi rendo conto di averlo (inconsapevolmente)
preso in tasca anche da bambina. Questo mi turba pi
di ogni altra scoperta.
Quando ero piccina io, l'educazione era rigida, la disciplina
ferrea, le regole indiscutibili e la libera espressione
estremamente limitata. Eppure il mio babbo e la mia mamma
erano (e sono) tra le persone pi gentili della Terra. Possibile?!
Possibile, perch per farsi obbedire non hanno mai
avuto bisogno di fare tanti versacci brutti n di pronunciare
tante parole cattive. Pochissime parole e un atteggiamento
serio e coerente mi avevano convinta del fatto che ero
solo una bambina e che come tale mi dovevo comportare:
questo implicava giocare in difesa, vivere abbastanza
defilata, rinunciare in partenza al ruolo di primadonnina,
mostrare totale rispetto per gli impegni e le faccende degli
adulti, parlare quando la necessit me lo imponeva, quando
le contingenze mi si mostravano idonee e favorevoli e
soprattutto privilegiare il silenzio, prerogativa dell'ascolto.
Io ero docile e mi attenevo con scrupolo militare al costume
imposto non soltanto a me, ma tendenzialmente a tutti
i miei coetanei. In casa dedicavo pomeriggi interi al gioco.
Ergevo palizzate, costruivo recinti, li popolavo di animali,
ipotizzavo abitazioni destinate agli umani: ecco la mia fattoria
quotidiana, che ogni sera smontavo per riporre i componenti
meticolosamente al loro posto. Non perch fossi
una piccola esaurita andata in fissa con l'ordine, ma perch
la mia mamma cos mi aveva insegnato. Perch la casa
- mi diceva - non era solo mia, era anche sua ed era pure
del babbo. I quali, lungi dall'essere miei schiavi, avevano
altro da fare che rimettere a posto il mio ludico ciarpame.
Mi avevano tirata su con il senso del rispetto per le cose.
Conseguentemente, con il senso del rispetto per le persone,
strettamente vincolato a un religioso senso dell'attesa. Attendevo
che fosse il momento, che fosse il caso, attendevo
di non disturbare, di non interrompere. Mai mi sarei permessa
di berciare "Mamma!" mentre mia madre stava parlando
con qualcuno. Mai avrei strattonato la giacchetta al
babbo, se lo avessi visto con la cornetta in mano.
Poi non so chi fu, ma arriv qualcuno a dire dei bambini:
lasciamo che si esprimano. Il dramma fu che non era un bischero
solo, preso a caso: erano pedagogisti di chiara fama,
era gente che aveva studiato tutto lo studiabile, gente che
se ne intendeva. I genitori iniziarono ad ascoltarli, si fidarono
di quei consigli e fecero come dicevano loro.
Io per ero gi cresciuta. Ero arrivata troppo tardi anche
a quel giro.
La teoria educativa del "Lasciamoli esprimere", dura da
estirpare una volta attecchita, la fa tuttora da padrona. Sempre
pi raramente mi capita di parlare al telefono con qualcuno
che ha dei figli piccoli - ma gi perfettamente dotati
di parola - senza che mi tocchi aspettare il mio turno per finire
un discorso iniziato: quelli s'intrufolano impunemente
e immediatamente ottengono diritto di parola, di ascolto e
di replica. Sempre pi raramente sento il mio interlocutore
mettere a tacere l'intruso e richiamarlo al rispetto della
fila. E sempre pi raramente mi rendo conto che il piccolo
intruso abbia davvero qualcosa di urgente, vitale, irrinunciabile
da dire. Anche perch, vista l'et.
Cos trovo una scusa e riattacco. A sorbirmi quelle conversazioni
che procedono a singhiozzo e scadono nella noia,
mi sentirei come Nanni Moretti in Caro diario, che chiama
gli amici per parlare insieme a loro e invece si sciroppa
mezz'ora di dialogo demenziale con qualcuno che al telefono
ancora non si dovrebbe nemmeno avvicinare.
In tutta onest, frequento poco le coppie che hanno figli
piccoli. Ma non per i figli: per le coppie.
A fatica digerisco quel processo di azzerbinamento a
cui i nuovi genitori si assoggettano. Un esempio per tutti:
la scelta degli abiti da indossare per uscire. Si pu vedere
uno gnomo, ritto davanti alle ante spalancate dell'armadio,
prendersi tutto il tempo necessario per l'individuazione
del completino del giorno? Si pu assistere, nei negozi, allo
spettacolo ridicolo di genitori che ormai si limitano a scucire
soldi alla cassa perch la scelta reale degli indumenti
 delegata al figlioletto?  questo il metodo per educare
i figli alle scelte responsabili?  questo il modo per far di
loro una generazione consapevole? Io tanto per cominciare
vieterei la vendita di abiti firmati per l'infanzia, immorali
nei loro prezzi da denuncia. Ai bambini stanno benissimo
le tutine plebee delle bancarelle: comode, colorate, confortevoli,
facili da lavare e accomunanti. Senza essere divisa,
creano senso d'appartenenza: l'appartenenza a un'et felicemente
libera dalla schiavit dell'apparire.
Quando invece, raramente, casco nella trappola e mi condanno
a una serata tra le coppie con i figli, immancabile arriva
prima o poi alle mie orecchie l'orgoglio dei genitori:
Ma lo sai che si sceglie da solo i vestitini tutte le mattine?
E guai a non fargli mettere quello che decide!.
Infatti poi ce li ritroviamo adolescenti e studenti, quei bambini.
Li incontriamo per la strada e nelle scuole, quei ragazzi.
Hanno l'arrogante presunzione di essere autonomi e pagano
sulla loro pelle la triste constatazione di non esserlo.
Perch in realt hanno bisogno di essere guidati e indirizzati,
bisogno di sentirsi dire no, bisogno di essere ascoltati
veramente.
Forse capiscono che l'infanzia libertaria e dialogante in
cui sono cresciuti era un bel bluff. Perch libert e dialogo
sono tra le parole pi importanti della nostra lingua, ma
senza regole condivise e cultura del rispetto sono una casa
costruita sulla sabbia.
 
Largo al bon ton.

Detesto far supplenza in classi non mie, dove le abitudini,
i meccanismi, le regole e le consuetudini sono diverse
da quelle che in genere pattuisco con i miei studenti. Per
a volte tocca: non resta che accettare, ingoiare, firmare l'ok
e andare.
Buongiorno ragazzi!
Umpf...
Ehm, ragazzi, dico: buongiorno!  questa la quarta D,
giusto?
Mh... huff... gmph... be'... s...
Scusate, in questa classe non si usa alzarsi in piedi quando
entra l'insegnante?
Veramente... no.
E voi tendenzialmente non dite "buongiorno" quando
incontrate una persona?
Tendenzialmente, no.
Male.
?!
Parecchio male.
Oserei dire: malissimo.
...
Propongo di rifare la scenetta e ricominciare tutto da
capo, con il mio buongiorno e la vostra alzata generale: ci
state?
?!
Torno alla porta, esco dalla classe, chiudo. Riapro, entro,
smaglio un sorriso sfacciato.
Buongiorno!
(tutti in piedi, sorridendo anch'essi, bench un po' increduli
e basiti) Buongiorno!
Morale della favola: i ragazzi di oggi non hanno educazione
soltanto quando gli adulti si scordano di insegnargliela.
Che poi, non  che ci vorrebbe una lista di chiss quante
voci, per educare i bambini e aiutarli a diventare futuri
buoni adolescenti: ne basterebbero poche. Purch buone. E
impartite fin dalla pi tenera et. Proviamo a stendere una
specie di decalogo:
- Si dica grazie e per favore in ogni circostanza che lo richieda.
Si chiede alla mamma un bicchier d'acqua: per favore.
Ella ce lo porge: grazie. Si riceve un dono: grazie. Ne
abbiamo uno identico in cameretta che oltretutto ci fa schifo:
grazie lo stesso. La pi falsa delle verit sostiene che
non c' nulla di pi commovente della massacrante sincerit
infantile.
- Si salutino gli adulti. Gli amici del babbo e della mamma
che vengono a trovarci a casa, quelli che incontriamo in
ascensore, quelli che incrociamo per la strada. Anche quelli
brutti, col naso enorme e l'alito pesante.
- Si stia composti a tavola: se ci si fa ancora la cacca addosso,
nel seggiolone. Se si siede in mezzo agli altri, sulla
sedia, da cui non ci si alza per mettere le ginocchia sulla
tovaglia ed elevarsi a Giulio Cesare prima di un discorso
al Senato. Non si usino le posate per scopi diversi da quelli
per cui sono state introdotte nella societ: tagliare, raccogliere,
afferrare il cibo e portarlo alla bocca. Non si sputi
la minestrina in faccia al nonno. Niente caccole, rutti e scoregge
mentre ci si alimenta.
- Non si interrompano gli adulti quando parlano. Non
si chieda il permesso di comprare qualcosa di vietato approfittandosi
della presenza di estranei per mettere in difficolt
il babbo e la mamma.
- Si rispettino le persone anziane: guai a prendere per i
fondelli i vecchini al parco, a infamarli a voce alta, a renderli
vittime di scherzi villani. Se si abita in compagnia di
un nonno o di una nonna e si hanno due o tre anni d'et, si
eviti di interrompere bruscamente il pasto per urlare contro
uno di loro: Sei brutto/a: vai via!.
- Si dia del lei agli insegnanti. A tutti gli insegnanti, di
ogni ordine e grado. In primis alle maestre elementari, che
dal canto loro la smetteranno di remare contro facendosi
dare del tu e rovinando i bambini con la crescita.
- Una volta cresciutali e divenuti scazzati adolescenti, si
eviti di rientrare da scuola sostituendo il civile saluto di cui
al punto 2 con un grugnito animalesco: si aggiusti invece
il volto a un sorriso aperto e gentile pronunciando chiari,
udibili e scanditi buongiorno o buonasera.
- Si eviti di rintanarsi in cameretta masticando ancora gli
avanzi dell'ultimo bolo alimentare ingurgitato in fretta e furia.
- Qualora ci si rintani, si eviti di cacciare a male parole
chiunque si appropinqui alla porta.
- Si eviti di rivolgersi agli adulti di famiglia con espressioni
quantunque giocose ma pur sempre offensive tipo: Ma
sarai scemo?, Ma quanto sei scemo!, Ma sei scemo?!.
Sembrano fesserie scontate?
Io dico di no, se sui giornali si riporta la notizia di una
scuola del centro Italia che ha deciso di dedicare parte
dell'insegnamento impartito agli studenti alla buona
educazione. Il progetto di questo atipico circolo didattico
(il pi grande d'Italia, oltretutto, con le sue settantacinque
classi)  annuale e si conclude con quella che potremmo
definire una Champions League della Gentilezza,
una gara tra piccini in cui vince chi  pi garbato, trionfa
chi  meno cafone, che torner a casa con una bella pagellina
tra le mani a testimonianza di un comportamento
giudicato degno d'encomio, ma che dovrebbe essere considerato
d'ordinanza.
Sa un po' troppo di De Amicis o, peggio, di balilla? Non
lo diremmo, assicurano i giornali, se conoscessimo di persona
il dirigente scolastico che ha inventato tutto questo.
Pare che nel suo ufficio, Napolitano stia nella parete frontale
a quella in cui troneggia l'Ingrid Bergman di Andy
Warhol, che abbia studiato filosofia e l'abbia insegnata,
poi sia passato alla dirigenza con un'idea dell'educazione
non reazionaria n bacchettona. Vintage, semmai, se con
questo aggettivo di cui ci riempiamo la bocca intendiamo
qualcosa che una volta andava di moda e che ora non va
pi, a meno che non lo si rispolveri per dargli nuova vita.
Questo preside originale sostiene di essersi ispirato al don
Giovanni Bosco degli oratori e al Barack Obama dell'America
che ha voglia di cambiare. E a informarsi bene non 
un caso unico in Italia: ho scoperto da poco che da noi esiste
addirittura un'Associazione Rispetto e Buone Maniere,
un organismo che ogni anno premia insegnanti, cassiere,
bigliettai o vigili che si siano particolarmente distinti per il
loro garbo rivoluzionario. E ho saputo che nella bergamasca
i genitori di una scuola elementare hanno organizzato
ore di Tante e piccole buone maniere. E che nel varesotto
ci sono cinque classi che, insieme all'italiano, la matematica,
la storia e la geografia, studiano buone maniere e
responsabilit.
Il messaggio che si cerca di far passare : se ti comporti
bene, hai pi amici e sei rispettato.
Ma se si parla con gli stessi ragazzini e con gli insegnanti
che lavorano con loro, il giudizio che emerge  unanime
e corale: sono i genitori, che andrebbero rieducati. Pare infatti
che per ottenere la collaborazione dei parenti a questi
progetti numerose camicie siano state sudate. E certamente
i progetti non servono a nulla, se una volta tornati a casa
i ragazzi non trovano regole analoghe.
Gli insegnanti di queste scuole sovversive sostengono
che la vecchia educazione non c' pi perch i genitori sono
altrettanto diseducati: cosa pu insegnare uno che vorrebbe
entrare in classe con il Suv per accompagnare il figlio?
Va anche detto che neanche la scuola  sempre sufficientemente
preparata a tamponare le falle, come invece
le verrebbe richiesto. La selezione degli insegnanti in Italia
avviene secondo meccanismi che, se non fossero tragici,
definirei comici. Finisce in classe ogni tipo di persona,
dalla pi idonea alla meno equilibrata, dalla pi educata
alla pi incattivita, svaccata e inacidita.
Una selezione seria, attenta anche all'aspetto umano oltre
che a quello culturale, da attuare in tempi rapidi e in modi
radicali, e poi seguita da controlli periodici e puntuali, rimetterebbe
a posto molti aspetti che attualmente non lo sono.
Ma il lavoro grosso spetta alla famiglia, alla quale nessun
ente, organismo, associazione o istituto si pu sostituire.

 Buon compleanno.

Presente la festicciola di compleanno? Fino a qualche annetto
fa, prima di organizzarne una, si aspettava che il festeggiato
avesse raggiunto l'et giusta per rendersene conto. Tutto
quello di cui c'era bisogno per metterla su era la casa di
chi compiva gli anni, qualcosa da mettere sotto i denti, una
torta decorosa per il rito delle candeline e qualche compilation
di musica anni Ottanta, che fa ballare anche l'impiantito.
L'invito girava oralmente all'interno della classe, confermato
da una rapida telefonata tra le mamme. Nel giorno
stabilito i bambini venivano accompagnati, depositati col
loro bel regalino in mano (un pensierino, un simbolo, nulla
di che) e ritirati alla fine delle laconiche celebrazioni.
Oggi l'invito a una festa di compleanno s'intrufola subdolo
nelle case sotto forma di cartoncino prestampato infilato
di soppiatto nello zaino di ogni bambino dell'asilo o
della scuola. Quando te lo ritrovi in mano, sei praticamente
costretta ad accettare. Accettando, sottoscrivi passivamente
l'intera procedura che ne consegue.
Il rito prevede di raggiungere un luogo capiente quanto
asettico preso in affitto dalla famiglia dell'inconsapevole
festeggiato. Qui, mentre una ditta di catering allestisce
un banchetto degno di Eliogabalo, si concentrano i
microinvitati (pi ce ne sono, pi la festa assume toni solenni
degni di memoria) e (piccola recente innovazione) tutte
le loro macromamme, presenti in carne ed ossa per attivarsi
non nella parte logistico-organizzativa ma in quella
passivo-osservatrice.
A guidare la festa infatti non sono loro: sono (ecco l'assoluta
novit) le animatrici, ragazze che per buscare qualche
extra s'incaricano di intrattenere i bambini truccandoli
da gatti e facendoli ballare sulle note strazianti di una certa
Nonna Pina che fa le tagliatelle o di quel coccodrillo che
ancora non s' capito come fa. Sono le animatrici a imporre
i tempi, sono loro a stabilire i momenti, di cui l'apertura
dei regali  certamente uno dei pi spaventosi per la sfacciata
platealit che lo governa.
Tutti gli astanti si riuniscono intorno all'imberbe festeggiato,
spesso l'unico a cui quella pantomima non interessa
affatto perch a stento ne capisce dinamiche e finalit:
i grandi pacchi sfilano pubblicamente, vengono sventrati,
ne viene estratto il costoso contenuto, uno dopo l'altro, velocemente,
in una corsa al pacco successivo che forse uno
che se ne intende un po' giudicherebbe devastante per lo
sviluppo del desiderio e della curiosit.
Ma suvvia, non stiamo a pensare a questo: corriamo
piuttosto al tavolone della torta!  vero, ha dimensioni
nuziali, ma del resto non ce l'ha anche il numero dei presenti?
Quando tutti sono appostati per il momento clou
della giornata, anche l'ultimo degli antichi riti crolla per
lasciare il posto alla modernit: una volta si faceva il buio,
si creava un'atmosfera rarefatta d'attesa, s'imponeva il
silenzio affinch il festeggiato trovasse la giusta concentrazione,
esprimesse il suo desiderio in santa pace e infine
soffiasse con tutta l'aria che aveva nei polmoni sperando
di spegnere quelle poche candele. Ora no: anche la
soffiata  diventata spettacolare e viene espletata in collettivit.
Tutti insieme, appassionatamente. Con una fitta
pioggerellina di sputazzi, salivame e moccicume dritta
sulla torta, alla faccia delle mamme che, a festa finita,
intabarreranno i loro piccini per proteggerli dalle terribili
influenze di questi ultimi tempi.
In una decina d'anni questi bambini crescono e io me li
ritrovo in classe. E dal momento che tempus (porcaccia la
miseria infame) fugit, assisto con loro all'arrivo del genetliaco
numero diciotto, il pi importante, l'anno spartiacque, il riconoscimento
sociale dell'et matura. Se per i tre o quattro
anni si  preso in affitto un semplice salone, un calcolo proporzionale
anche approssimato per difetto obbliga a valutare
l'ipotesi di una villa con giardino e piscina o, in alternativa,
di un castelletto medievale con parco. Che villa o
castelletto siano, infatti.
Profe! Tra due mesi faccio diciott'anni! annuncia in classe
una diciassettenne agli sgoccioli anagrafici.
Oh, che bellezza! Chi vuol esser lieto, sia! E, dimmi, cosa
farai per celebrare l'evento?
I miei mi regalano una megafesta nel castello di Sanmezzano,
una ditta di catering penser al rinfresco, un gruppo
curer la musica e due ballerini coordineranno le danze di
gruppo. Sul biglietto d'invito ho imposto a tutti l'abito elegante.
Io sar divina: la mamma ha promesso di comprarmi
in boutique un capo firmato che far schiantare d'invidia
le mie amiche!
Ah, capisco...
Profe, perch fa quella faccia delusa?
Be', perch. Perch una festa messa in piedi per provocare
l'invidia altrui equivale a fatica, energia, soldi sprecati e cattivi
sentimenti che non portano mai a niente di buono. Perch
una festa, semmai, andrebbe organizzata per la condivisione
gioiosa di un qualcosa a cui si tiene, con le persone a
cui si vuol bene. Perch una festa per i diciotto anni dovrebbe
mantenere una sua semplice spontaneit e non confondersi
con il clone triste del pi trito ballo delle debuttanti della
cosiddetta alta societ. E perch, comunque la metti, una festa
per i diciotto anni  la perdita di una grande occasione.
Perch, secondo lei cosa dovrei fare?!
Calcolata la cifra necessaria alla baracconata di pessimo
gusto che festeggiata e relativa famiglia hanno in mente, io
contropropongo sempre un viaggio.
Pensa alle citt europee, informati sulle loro note peculiarit:
scegli Madrid o Berlino per le offerte culturali e ricreative
destinate ai giovani, scegli Barcellona per la vita
notturna, Londra per la full immersion nella lingua che stai
studiando alle superiori, Parigi se ti senti pi romantica che
viveur, Amsterdam se vuoi osare, Vienna se vuoi riposare,
Praga se vuoi sognare. Della festa ti dimenticheresti dopo
una settimana; in alternativa, ne ricorderesti solo il sapore
amaro dell'occasione spesa male. Il viaggio ti resta dentro
per la vita, perch niente celebra la maturit pi dell'apertura
dei nostri orizzonti. Sai cosa dice un adagio degli indiani
d'America? "Chi non viaggia per vedere tutti i posti
della Terra  come un ranocchio nella sua pozzanghera."
A volte mi prendono per musa ispiratrice e partono.
A volte mi prendono per scema e organizzano la festa.

 Del genitore iperattivo.

Oggi  di gran moda riempirsi la bocca di un aggettivo, che
rimanda a una sigla, che ha una traduzione, che indica un
disturbo della personalit: la sigla  ADHD, la traduzione
che se ne d  Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder e
il disturbo psicologico che indica  sindrome da deficit di
attenzione e iperattivit.
Pratica diffusa e assai consolidata  abusare dell'aggettivo
che ne deriva e dare dell'iperattivo a un ragazzo su tre.
Uno studente ha difficolt a concentrarsi, stare seduto e fermo,
dedicarsi con calma a un lavoro senza captare distrazioni?
Signore e signori: costui  iperattivo. La parolina 
magica e solleva in un istante tutti gli adulti che gli stanno
accanto da ogni responsabilit.
Voglio osare e scrivere quello che finora non ho mai letto
da nessuna parte: a guardarsi bene intorno,  di adulti
iperattivi che strabocca il mondo.
A parte il fatto che vanno sempre di corsa, e sono sempre
in ritardo, e c'hanno sempre l'affanno, e non si rilassano
mai: ma soprattutto sono esattamente loro a intortare i
figli in tutta una serie di attivit forzate che rendono quei
poverini agitati, incapaci di acquietare se stessi e trovare un
sano equilibrio. A renderli cio iperattivi come loro.
Costoro cominciano a stressare la prole quand'essa  ancora
imberbe, spesso incapace di deambulare con padronanza
di mezzi: che importa, tanto si va a nuoto. Chi non
porta i piccini a praticare baby-swim? Solo le madri inattive,
flaccide e degeneri. Tutte le altre, via di corsa in piscina,
a immergere i pargoli nell'ambiente pi accogliente
e stimolante per la loro esistenza futura. Da che mondo
 mondo, l'acqua spinge alla socialit, favorisce lo sviluppo
fisico, motorio e mentale e rende autonomi. Autonomi
a un anno di vita:  tanta roba.
Ma poi fosse questione solo del nuoto.
Guai a dedicarsi solamente a un'attivit. Guai a non mettere
molta, moltissima carne sopra il fuoco. Via libera dunque
al calcio, alla batteria, al teatro (se si ha un maschio),
alla danza, al volley e al pianoforte (se si ha una femmina).
I pi trendy non mancheranno di iscrivere il proprio nano
agli allenamenti di rugby: mai come da un biennio a questa
parte se ne sono scoperti i miracolosi benefici sui bambini.
I pi meticolosi pretenderanno dalla scuola che siano organizzati
corsi extracurriculari (la scuola-azienda del resto
far la corsa a organizzarne) e spediranno anche l i loro
pargoli dinamici.
L'agenda dei genitori pullula degli appuntamenti dei figli.
Come si fa a star dietro a tutto, professoressa, siamo
sempre cos di corsa...
Eh s, be', immagino, il lavoro...
S, ma quello alla fine sarebbe il meno. Tutti gli impegni
dei ragazzi! Sono quelli che ci levano il respiro! Ch poi io
ne ho due, Antonio  il secondo, ma poi c' Luca, il piccolo,
di quattro anni. Antonio va a calcio tre pomeriggi a settimana
e in palestra quando non ha calcio. Luca frequenta
un corso di attivit creativa e manuale, fa rugby e
musicoterapia. Siccome abitiamo fuori citt, in campagna, io
e mio marito ci facciamo in quattro per portarli dappertutto.
Ma cosa dovremmo fare, tenerli a casa?  indispensabile
che i giovani siano in movimento, questi ragazzi vanno
tenuti impegnati!
In qualit di osservatrice esterna e fortunatamente estranea
alle dinamiche parentali moderne, ho l'impressione che
quello che si teme di pi sia vedere inattivo un ragazzo.
Come se, per il suo momentaneo far niente, egli corresse il
rischio di crescere malsano. Come se solo occupando tutto
il suo tempo egli avesse la garanzia di un futuro smagliante.
Come se egli, in definitiva, fosse il riassunto e l'anticipazione
di quello che sar un domani, da grande: un individuo
attivo, conseguentemente di successo. Come se solo
l'azione fosse sinonimo di realizzazione e felicit. Come se
la noia, intesa come pausa prolungata nell'inattivit, fosse
un morbo.
Io ho passato anni, ad annoiarmi.
I miei pomeriggi erano infiniti, gli anni scolastici duravano
un'eternit e le mie estati non giungevano mai. Com'era
densa di mistero, l'attesa. Com'era carica di promesse, la vita.
Nella noia credo di aver avuto la percezione della parte
pi recondita di me e di aver elaborato i miei primi pensieri
profondi. Nella noia sono riuscita ad ascoltare me stessa e
gli altri, a concentrarmi, ad aspettare.
Nella noia il mondo assume dimensioni sempre differenti
e ora si dilata, ora si contrae. Mutano le proporzioni,
l'importanza delle priorit, i punti di vista.
Nella noia  possibile comprendere il peso specifico della
riflessione e della contemplazione.
Scrive Tahar Ben Jelloun: "Un mondo in cui non ci sia pi
posto per la noia  un mondo formattato dall'illusione. Bisogna
insegnare ai nostri bambini ad annoiarsi, forse  il
modo migliore perch non abbiano mai male alle mascelle
a forza di sbadigli".
 
Del genitore che "Chi te lo fa fare?".

La scuola  un osservatorio privilegiato per farsi un'idea
di quello che pensano molti giovani, di quello che si dice
nelle loro famiglie e conseguentemente della piega che sta
prendendo il mondo.
Nella vita conta il successo.
E i soldi.
S, tanti soldi!
Tanti soldi senza durare fatica!
E essere famosi!
E avere visibilit.
E che si parli di noi.
Nel bene o nel male, purch se ne parli.
Guarda i tronisti!
E le veline!
Sono frasi che aleggiano, svolazzano e rimbalzano tra
le classi.
A pronunciarle, con aria vissuta ed esperienza da vendere,
sono gli studenti.
A parlare al posto loro, spesso, sono i loro genitori.
Mi rifiuto categoricamente di credere che certe affermazioni
blasfeme nascano spontanee dalla testa di un ragazzo
di quattordici anni. A quell'et il cervello naviga in un
mare di illusioni, tutte le porte sono aperte per la realizzazione
dei propri sogni e il concretizzarsi delle proprie
aspirazioni. I giovani, scrive Paul-Jean Toulet, dovrebbero essere
"ebbri: ebbri di vivere". Dovrebbero credere ciecamente
nei loro talenti, avere la ferma convinzione di potercela fare,
ma non con l'inganno, col raggiro, con l'astuzia: con le proprie
forze e i sacrifici. Dovrebbero aver voglia di spaccare
il mondo in mille pezzi e di ricostruirne uno migliore.
Invece li guardi e, in molti casi se non (fortunatamente)
in tutti, vedi lo sguardo spento di chi ha gi avuto la soffiata
che la macchina  truccata, il meccanismo manomesso, e i
giochi bell'e fatti. Gli leggi in faccia la demotivazione e dalla
gola gli senti risalire la frase pi brutta: Chi me lo fa fare?.
Effettivamente chi glielo fa fare, a un giovane di oggi, di
andare a scuola, studiare quelle tre o quattro ore al giorno,
assumersi e mantenere l'impegno per il tempo delle
superiori, poi dell'universit, quindi affacciarsi sul mondo
del lavoro e proporsi con professionalit, con seriet, senza
svendersi, senza accettare compromessi, senza pestare
i piedi agli altri?
Chi glielo fa fare di restare integro e farsi un mazzo tanto
se, accendendo la televisione, sbatte il muso contro politici,
veline, ministri, soubrettine, uomini e donne che non
sono l grazie a un uso consapevole e corretto dell'intelletto,
oltre che del congiuntivo?
Chi glielo fa fare di essere considerato coglione per primo
da chi lo ha messo al mondo e, accompagnandolo sulla linea
di confine in cui la prima parte della vita finisce e inizia la seconda,
non ha mancato di dirgli, in rigoroso toscano: Vai, e
ricordati di mettercelo tu, prima che ti ce lo mettano, dove
quel ce ha un valore locativo fin troppo esplicito?
C', dietro questa maldestra metafora di malcelato gusto
sodomita, tutto un modo di leggere il mondo, il rapporto
con gli altri e con se stessi.
C' un delitto, dietro questo consiglio apparentemente
pronunciato a fin di bene.
C' l'uccisione della speranza, l'omicidio della fiducia,
l'eliminazione sistematica e scientifica del futuro: la soluzione
finale dei nostri ragazzi.

 Del genitore che "Fosse per me!".

Quando si sente messo sotto accusa e vede un indice che
punta dritto su di lui, il genitore cerca immediato rifugio
in un vigliacco scaricabarile e dichiara: Fosse per me non
lo farei: ma lo fanno tutti, sicch alla fine sono costretto
a farlo anch'io.
Si riferisce all'iPhone da cinquecento euro che mette in
mano al figlio (e che io confronto con il mio Nokia base,
rabbrividendo e sentendomi al contempo una pezzente), al
permesso che a quindici anni gli concede affinch esca ogni
sera e torni all'ora che vuole, alla microcar che gli compra
perch (tapino) non patisca il freddo rientrando nel cuore
della notte mezzo ubriaco, ai soldi di cui gl'imbottisce il
portafoglio perch non si faccia mancare nulla, alle vacanze
estive con gli amici che gli spesa ogni estate senza che
l'idea di mandarlo a lavorare o (in alternativa) di tenerlo a
casa lo sfiori neanche di striscio.
Quante volte me la sento dire, quella frase: "Fosse per me".
Ma infatti deve essere per te! Tu devi importi con tuo figlio,
tu devi dare l'indirizzo, l'impronta, la direzione! Chi
se ne frega degli altri? Che siano loro ad allinearsi a te!
Distinguiti dalla massa, sii originale, sii educatore. Sii genitore!
Quando frequentavo il liceo, tutte le mie compagne di
classe d'estate andavano in vacanza coi fidanzatini. I miei
genitori trasalivano al cospetto della pratica libertina.
Trasalendo, vi si opponevano strenuamente. Fecero bene a portarmi
in ferie con loro fino all'anno della laurea o presero
una cantonata grossa come una casa?
Non mi aspetto una risposta: so bene che presero una
cantonata eccetera eccetera, ma il punto non  questo. Il
punto : ebbero il coraggio di non allinearsi e difesero una
convinzione in cui credevano fermamente, quella secondo
cui, tenendomi con loro, non mi sarei concessa al fidanzatino
in carica. Ora, che io al fidanzatino in carica trovassi
comunque il modo di concedermi  altro discorso che non
 questa la sede per affrontare. In quegli anni (come impone
la regola tramandata di generazione in generazione
e come ogni giovane dovrebbe fare per un paio d'anni almeno)
detestai i miei genitori. Ma di loro ho sempre pensato
che avessero due consistenti, enormi attributi sferici con
cui sapevano tenermi a bada. Detestandoli, li stimavo. Stimandoli,
li amavo profondamente, quantunque mi guardassi
bene dal farglielo sapere.
Credo sia molto pi comodo e molto meno faticoso seguire
quello che fa la maggioranza: dicendo sempre "S,
ok, va bene, fai pure" si ha l'impressione di navigare sulla
stessa barca e ci si sente tutti assolti. In un mondo di ladri,
nessuno sar accusato di aver rubato. E soprattutto, ci
si sente tanto, tanto amati dai figlioli.
Da cosa nasce tutta questa fame d'amore, nei genitori di
quest'epoca? Perch tra le pi mostruose paure che li dominano
regna sovrana quella di non sentirsi sufficientemente
amati proprio da coloro che essi stessi hanno generato?
Perch credono che sia necessario calarsi le braghe per farsi
amare dagli adolescenti?
L'adolescente ama nella misura in cui stima.  un dato
indiscutibile. Pi uno si metter a chiappe all'aria davanti
a lui, meno egli lo considerer meritevole di rispetto. E infatti
mi pare (anche) questo, l'inghippo generazionale odierno:
molti ragazzi non stimano pi i loro genitori nella misura
che spetterebbe a un figlio. E non lo fanno non perch
sono peggiori di com'erano anni fa, ma perch la
considerazione che hanno di questi adulti mollaccioni allineati si 
fatta drammaticamente bassa. Chi vive o lavora accanto ai
ragazzi dovrebbe avere il coraggio di farsi detestare. Troppo
facile vivere di solo amore. Pi che altro, troppo dannoso.
Se, per sentirsi amato, l'adulto non si pone mai contro
certe scelte e certi atteggiamenti del giovane che ha di
fronte, povero quel giovane. Fortunato invece l'adolescente
che deve combattere fiere battaglie per far capire, valere e
accettare il proprio punto di vista, se  in quello che crede.
Dalla dicotomia possono nascere interessanti stimoli e ottime
occasioni di crescita reciproca. Dal piattume del vuoto
educativo non nasceranno che molluschi.
Nel maggio del 1968 una massa di giovani parigini scese
nelle piazze urlando uno slogan di battaglia ed eroismo: Il
est interdit d'interdire,  vietato vietare. Ce l'avevano con le
istituzioni, opprimenti e conservatrici, e con i genitori, castranti
e bacchettoni. Oggi quei ragazzi sono adulti, sposati
e riprodotti. I loro figli, senza scendere in piazza, urlano
il loro tacito slogan, diametralmente opposto a quello
di quarant'anni fa: " vietato non vietare!".

 Del genitore spia.

Un nuovo esemplare di individuo femminile si aggira tra le
strade della societ tecnologica avanzata: la mamma-spia.
La incontri negli infernali negozi di marchingegni elettronici
a chiedere informazioni sulle pi recenti attrezzature
immesse sul mercato per il controllo perpetuo e ubiquo
dei figli.
Voi lo sapevate? Io no, l'ho letto sui giornali di recente e
ne sono rimasta un po' turbata. Perch, dalla culla all'adolescenza,
pare siano sempre pi venduti i prodotti per un
controllo 24 ore su 24.
C' veramente di tutto.
Ai normali trasmettitori di segnali acustici che permettono
di sentire se il bambino piange, si sono aggiunti i monitor
che vedono nel buio grazie a led infrarossi e che trasformano
la cameretta in una location da Grande Fratello.
Un altro oggetto di culto per il controllo delle ore dedicate
al sonno  il sensore del respiro. Pare di gran moda il
sistema Angel care, dotato di un pannello che si infila sotto
il materasso e che suona se per venti secondi consecutivi
non rileva movimenti. Segue a ruota il Respisense, un
monitor accompagnato da uno stimolatore che gentilmente
d una scossettina al bimbo, se questo smette di respirare.
Uno degli attrezzi che m'inquieterebbe di pi se fossi
bambina sarebbe il "babyguard", il telefonino guardia del
corpo, detto anche "primofonino", che localizza sempre e
ovunque il figlio dai sette anni in su facendo ascoltare oltretutto
quello che gli succede intorno.
Ma  nell'adolescenza che iniziano le preoccupazioni forti
per le mamme e i dolori veri per i figli: eccolo l ad aspettarli
al varco il "localizzatore personale", dispositivo con
gps integrato, che permette di sapere dov' una persona con
una precisione che rasenta il maniacale patologico. Uno di
questi si chiama Ubisafe, ha le dimensioni di un pacchetto
di sigarette, pesa settanta grammi, costa duecento euro e
viene gestito via Internet: una volta installato infatti consente
di vedere sul proprio cellulare la posizione dei propri
cari ma anche di essere avvisato con un sms se il pedinato
penetra in una zona vietata o se supera i limiti di velocit.
L'aspetto ironico della questione sta nel fatto che, mentre
i nostri nonni dormivano sonni beati e interrotti solo dalle
urla reiterate dei piccini, i genitori odierni sobbalzano nei
loro letti a ogni minimo mugugno del fagottino nella stanza
accanto, a causa dell'amplificazione causata dallo stesso
oggetto creato per garantire loro notti serene.
L'aspetto tragico te lo spiegano invece i ragazzi a scuola,
quando nei loro temi a cuore aperto raccontano storie di genitori
emotivamente soffocanti ma fisicamente assenti, iperprotettivi
ma distratti, riproduttori su scala industriale di
nuovi esseri umani che poi per trascurano perch, sa professoressa,
il lavoro, e la palestra, e le cene con le amiche, e
l'estetista, e gli hobby, e la televisione, e le passioni personali.
Con il mostruoso risultato di sapere sempre i ragazzi dove
sono, ma non sapere mai che diavolo accade nelle loro teste.

 Del genitore che allunga le mani.

Ceffone s o ceffone no? Il tema  attuale e delicato; la discussione
completamente aperta.
Nella mia infanzia non incassai mai neanche uno scappellotto:
ero una bambina cos mite, inquadrata, obbediente
che non vennero a crearsi mai le circostanze necessarie.
Nell'adolescenza, a causa di un rigurgito d'insofferenza
nei confronti di certe regole del vivere civile, ne buscai tre
volte. Date bene, ma non pi di tre. Volendo ad oggi quantificare
le conseguenze materiali di quegli episodi, non mi
sembra di aver riportato danni significativi: non ricorro alla
violenza nei miei rapporti interpersonali quotidiani, tratto
con delicatezza sia i bambini che gli animali, sto pi che
volentieri in classe con i miei studenti e non credo di avere
turbe psichiche. Posso quindi dichiarare che, nonostante
quelle tre belle ripassate, non siano rimaste tracce deleterie
n strascichi pericolosi nella mia personalit.
Con me funzionavano parecchio gi certe frasi minatorie
che la mamma mi vociava contro, tra cui conservo a perpetua
memoria l'aforisma a sfondo biblico-gastronomico che
dal libro della Genesi finiva dritto in cucina: Come t'ho
fatto, ti rimangio, quello d'ispirazione psicomotoria che
esortava alla fuga in caso di compimento di dissennato gesto:
Chi non ha cervello, abbia gambe, e quello apocalittico-disfattista:
O bere, o affogare, il cui esito finale risvegliava
nientemeno che l'idea di una prematura dipartita.
Figuriamoci quanto potevano funzionare due manrovesci
appoggiati a modino.
La prima volta ne buscai in sacrestia.
La Messa delle dieci era appena finita e il mio babbo stava
elaborando la giusta punizione da infliggermi dal mistico
momento dell'offertorio: mentre il prete, calato un silenzio
tombale nelle tre navate, celebrava il rito della transustanziazione
nella quale un dischetto d'ostia e un bicchier di
vino diventano rispettivamente il corpo e il sangue di Nostro
Signore Ges Cristo, io, sfidata da un amico che mi
credeva incapace di osare tanto, avevo abbozzato l'assolo
eternato dai Deep Purple in Smoke on th water che il mio
genitore purtroppo trov inadatto al mistico contesto. Col
mio amico vinsi la scommessa, ma dal sangue del mio sangue
rimediai due manate abbastanza epiche e spettacolari,
anche perch consumate pubblicamente al cospetto del
clero, dei chierichetti e dei pi intimi fedeli venuti a salutare
il sacerdote a celebrazione conclusa.
La seconda volta feci incetta di schiaffazzi messa all'angolo
della mia cameretta da mia madre.
Costei manifestava vistose difficolt a digerire un'insignificante
menzogna che le avevo rifilato al solo scopo di
partecipare a delle segretissime prove di ballo. La festa di
Carnevale incombeva, la gara di ballo a coppie ne costituiva
il momento centrale e io e Marco non facevamo che
sbagliare il tempo e pestarci i piedi. Urgeva una full immersion
nel mondo del twist, dell'ulligulli e del rock 'n roll
acrobatico: per questo quel geniaccio allest una pista nel
garage di casa sua e m'invit a ballare dalle due alle quattro
del mercoled e del venerd. Proprio quando avevo quel
cavolo di catechismo. Vado all'oratorio dicevo alla mamma.
Ma quella, non per nulla ribattezzata "La Gatta" dalle
mie amiche a causa del suo fiuto sviluppato e specializzato
nella rilevazione di bugie filiali, un pomeriggio mi segu
mimetizzandosi ora coi muri delle case ora con gli alberi
della pineta e scopr che, anzich studiare la parola di
Dio a manine giunte, volteggiavo con la sottana che mi copriva
la testa lasciandomi scoperto l'intero parco chiappe.
Mostr per intero la sua contrariet confinandomi (come
dicevo) in un angolo della mia stanza e dandomele di santa,
santissima ragione.
La terza volta fui rimbussolata da mio padre nel primo
giorno dell'ora legale.
Come si diceva a quei tempi, "mi ero messa" con Cilabbro
Doppio da poche settimane. Ero la rappresentazione
umana dell'emozione e della felicit. Ero cos innamorata di
quel ragazzo che mi sarei buttata nel fuoco per lui: egli tuttavia,
molto pi interessato alla terra che al fuoco, mi buttava
in continuazione sopra l'erba dei campi, per giacermi
accanto e soffocarmi di abbracci, baci e raffinate tastate di
coscia. Quella domenica il sole non tramontava mai: per
forza, c'era l'ora legale messa di fresco. Cos mi presentai
a casa bucando alla grande la tabella degli orari stabiliti e
cogliendo il babbo in evidente stato d'ansia e agitazione.
Il resto va da s.
Ora, la domanda: quelle pappine tra cap'e collo hanno
influito negativamente sulla mia crescita?
Andrebbe chiesto a chi mi vive accanto, a chi mi frequenta
tutte le mattine a scuola, a chi divide la casa, il letto e
l'esistenza insieme a me. Andrebbe chiesto ai miei genitori
che si ritrovano davanti il prodotto finito, ai miei amici
che conoscono i segreti meandri della mia personalit, al
mio gatto che mi vede come nessuno  capace di vedermi.
Su un testo di pedagogia divulgativa ho letto: "L'educatore
 mite, o non ".
Per come la vedo io, l'educatore qualche volta ha tutto il
diritto di incazzarsi.
 
Del genitore arrogante.

"Siate gentili con le persone che incontrate salendo, perch
tornerete a incontrarle scendendo."
Ogni mattina esco di casa promettendo a me stessa di
vivere la nuova giornata alla luce dell'aforisma di Wilson
Mizner. E non perch mi senta santa o aspiri a diventarlo.
Solo perch sono convinta che in mezzo alla gentilezza si
viva molto meglio.
Prima di superare il cancello del cortile condominiale e
uscire sulla strada dandomi in pasto all'umanit, ho gi incassato
come minimo una cenciata sul muso: a volte a tirarmela
 il condomino che m'incrocia senza dire buongiorno,
altre volte  la signora che porta il cane a pisciare e non
mi lascia aperta la porta dell'ascensore pur avendomi perfettamente
vista arrivare, altre ancora il portinaio che ritira
i sacchi della spazzatura e mugugna anzich salutare,
trapassandomi con lo sguardo come fossi un ectoplasma.
Ma  salendo in auto che comincia il giro di giostra. La
giostra dell'arroganza, dell'aggressivit, dell'intolleranza.
Tromba di pi! mi url una mattina un tipo sullo scooter,
accusandomi di procedere a lumaca nei miei settantacinque
chilometri orari su stradina in salita a doppio senso e
tante curve. Io avevo espletato quella notte stessa pur non
avvertendo l'urgenza di comunicarlo alla citt. Lui, invece?
Nel frattempo, e da ogni direzione, giungono macchinine,
macchine e macchinoni. Quelle piccine sono come
i cani della medesima taglia, che sembrano inoffensivi e
invece alla fine sono i pi bastardi. Le macchine sono un
po' pi normali, ma pretendono comunque di dire la loro
e di trovare un posto nel mondo oltre che nel parcheggio.
I macchinoni, be', difficile commentarli senza rischiare di
buscarne.
La mia giornata per non  che all'inizio. E siccome anch'io
vado a lavorare come tutti, percorsa la mia strada entro a
scuola; quivi non m'imbatto solo negli studenti, ma anche
nei loro genitori, che (quando possono, vogliono, o pensano
che sia di qualche remota utilit) vengono al ricevimento
periodico individuale o (peggio ancora) a quello collettivo,
appuntamento notoriamente assai delicato, momento
ginnico di equilibrismi diplomatici, sorta di performance
giocata sul filo di lama in cui bisogna riuscire a dire l'indicibile
("vostro figlio  un grandissimo maleducato") senza
dare l'impressione d'averlo detto.
Se va bene, in questi confronti orali odo definire il diploma
"pezzo di carta". Sar anche andata in fissa, ma l'abusata
espressione  tra le offese pi sprezzanti e irriverenti
che io abbia mai sentito pronunciare.
Se va peggio, mi sciroppo un turpiloquio di cui ormai
tanti genitori non si rendono pi neanche conto.
 vero: se si parla di linguaggio, io credo nella franchezza
e nella trasparenza, detesto l'ambiguit, quel dire e non
dire che puzza di mafia, la fumosit ipocrita. Ed  vero: se
in classe tengo una lezione sulla comunicazione, esorto i
miei studenti a porsi come scopo l'essere compresi, come
fine il risultare chiari a tutti, e dico sempre che parlare cercando
di non farsi capire  una forma di razzismo identica
a quella perpetrata da don Abbondio ai danni di Renzo
attraverso l'arma del latinorum. Con una convinzione altrettanto
radicale, tuttavia, credo che esista un limite a tutto,
diamine.
In occasione del ricevimento plenario, si avvicendavano
alla mia postazione i babbi e le mamme dei miei alunni.
In occasione dell'appuntamento di maggio, per esempio,
l'andirivieni si snoda mentre dalla finestra spalancata entrano
in aula raggi di sole e aromi freschi di fiori sbocciati.
Quel giorno, che ne so, sar stata l'arietta frizzantina. Fatto
sta che una mamma, dopo aver esordito esclamando "via
professoressa, diamoci del tu, tanto a occhio e croce ci s'ha
la stessa et", pens di farmi dono gradito confidandomi
che suo figlio a casa chiama lei "la rompicoglioni" (che in
un italiano pur sempre chiaro ma magari un po' meno colorito
potremmo rendere con "l'antipatica", "la sgradita",
"l'inopportuna", "l'inattesa, ergo fastidiosa") e suo marito
"il fava" (sostantivo pescato tra il lessico agreste, generalmente
indicante un innocuo baccello, quantunque in area
fiorentina indichi sovente l'organo genitale maschile e, per
estensione, ogni uomo bollabile come "cazzone").
Dopo di lei fu il turno di un'altra genitrice la quale, appollaiatasi
di fronte a me per domandare lumi sull'andamento
didattico di quel lazzarone di suo figlio, e visto che tergiversavo
prendendo tempo e meditando la frase che riassumesse
la verit senza ferire nessuno, comment: "Ecco, ho
bell'e capito: l' maiala". Quindi, nel dubbio che non avessi
compreso il senso di quella metafora criptica e misteriosa
riferita alla situazione, chiar esplicitando: "S, insomma
professoressa, ho inteso: sono cazzi amari anche quest'anno".
Che poi, superato lo shock da registro linguistico e da
scelta lessicale, mi dissi che tutti i torti non li aveva: vista
la sfacciataggine, quei cosi l, son proprio tanto, tanto amari.
A scuola ti capita con frequenza imbarazzante di dover
socializzare con un genitore che con nonchalance afferma
"mio figlio mi fa incazzare", con un altro che candido confida
"mia figlia mi fa girare i coglioni", o un altro ancora che
iroso lamenta "quello pensa di prendermi per il culo ma il
giorno che mi gira male gli faccio un mazzo cos".
L'apoteosi della malacreanza di massa si materializz nel
giorno di un altro (l'ennesimo) ricevimento collettivo,
appuntamento che tendenzialmente dura tre ore e nel corso
del quale i professori prendono posto nell'aula assegnata
loro grazie a un piano di alta strategia relazionale elaborato
a tavolino dai bidelli, mentre i genitori si mettono in fila
civilmente, stilano un elenco di nomi in base al loro arrivo
e, a turno, vengono accolti.
 sempre stato cos.
Sempre, ma non quel giorno, quando, dall'interno dell'istituto
in cui mi trovavo, distinsi con orrore una moltitudine
umana di proporzioni pantagrueliche incollata alle vetrate
dei portoni d'ingresso che, come uno sciame di tafani
assetati di sangue equino, si spintonava e premeva per entrare,
irrompere nell'atrio con la potenza di un fiume liberato
dalla diga, lanciarsi a corsa lungo i corridoi come gi
Alboino e il suo barbarico esercito longobardo, conquistare
il piano giusto, puntare l'aula giusta, urlare a gran voce
il conquistato posto e comparire finalmente al cospetto del
docente interessato.
Per esempio io. Che, osservata l'intera scena, avrei tanto
voluto dire: "Vostro figlio  un grandissimo maleducato
e i responsabili di tutto questo non potete essere altro che
voi". Ma che, per una questione di rispetto (non contraccambiato),
preferii tacere, pensando ai figli di questa gente:
a scuola ci si scaglia contro di loro, li si accusa di non avere
grazia, di essere sgradevoli e aggressivi, di non conoscere
pi la gentilezza, il tatto, la delicatezza. Di essere primitivi,
rozzi e scorretti.
Poi conosci quelli che li hanno messi al mondo. Quelli
con cui dividono la casa e i pasti. Quelli che ascoltano parlare
e che osservano vivere.
Improvvisamente dai una spiegazione a tutto. Smetti di
giudicare i tuoi studenti tanto severamente. E provi per
loro un moto istintivo di tenerezza mista a compassione.

 Del genitore che picchia gli insegnanti.

Lo capii all'inizio della mia carriera d'insegnante, che i genitori
con cui avevo a che fare assomigliavano ben poco ai
miei. Per i miei, la colpa mi apparteneva puntualmente.
Affinch il concetto mi fosse abbastanza chiaro, essi attingevano
a spiritose proposizioni del parlato toscano quali
"Meglio ave' paura che buscanne" o "Il mal voluto unn'
mai troppo".
Coi genitori dei miei primi studenti, invece, capitava a
volte di dovermi, se non difendere, almeno giustificare.
Pazzesco come, ad esempio in sede di scrutini, una delle
maggiori preoccupazioni che il docente deve avere riguardi
non tanto la coscienza con cui valutare i propri alunni,
ma la certezza di aver operato nel modo burocraticamente
pi corretto per potersi mettere in salvo nel caso (frequentissimo)
di ricorso al Tar da parte delle famiglie.
I genitori che accettano all'istante la bocciatura del proprio
figlio sono merce rarissima. Quelli che lo fanno sono
reduci da un reiterato martellamento da parte della scuola,
che si  attivata a tempo debito per ventilare, avvertire, infine
annunciare a gran voce che qualcosa potrebbe non andare
per il verso giusto.
Ora, teoricamente, in questo modus operandi c' del
buono: un contatto puntuale tra scuola e famiglia  quanto
l'istituzione pi si auguri. Il comico semmai irrompe quando
quei genitori da avvertire sono gli stessi che, nel corso
dell'anno, non si sono mai fatti vedere, quelli che hanno
spavaldamente latitato ai ricevimenti e che non hanno
mai controllato il libretto delle giustificazioni del figlio, per
evitare di dover prendere coscienza di dare asilo domestico
a uno degli assenteisti pi impuniti della storia. Proprio a
quelli bisogna andare a suonare il campanello e, come bravi
assistenti sociali, comunicare che la tegola della bocciatura
sta per abbattersi sopra le loro teste. Non farlo potrebbe
costarci un'estate tra incartamenti e scartoffie, a convincere
un ispettore scolastico che chi doveva fare il proprio dovere
e non l'ha fatto, non siamo noi.
Recentemente un ulteriore passo avanti si  compiuto: i
genitori picchiano gli insegnanti.
E se all'inizio il gesto sollevava un certo stupore costernato,
vi dir: adesso non fa pi nemmeno tutta questa notizia.
Si tratta ormai di una curiosa usanza, destinata forse
a diventare - se non regola - almeno consuetudine.
C' chi minimizza e attribuisce il clamore sollevato dai
fatti narrati alla capacit tipica della stampa di montare
la realt; e poi c' chi si permette di commentare con uno
sconcertante se gliene ha date di santa ragione, un motivo
ce l'avr avuto.
Lasciamo da parte il messaggio pedagogico quantomeno
ambiguo nascosto dietro a una ripassata di cazzotti allungata
da un genitore sulla faccia di un professore e parliamo,
appunto, dei motivi.
I motivi in genere sono dichiarati con encomiabile sincerit
dai protagonisti stessi. Gli ha dato un'insufficienza
perch ha fatto scena muta all'interrogazione, lo ha rimproverato
davanti ai suoi compagni perch copiava spudoratamente,
gli ha messo un rapporto disciplinare sul registro
di classe perch spippolava al cellulare durante la spiegazione,
ha votato contro la sua promozione perch per nove
mesi ha fatto il lavativo: vado a scuola, lo aspetto nel parcheggio
e lo massacro. Se poi quel giorno mi sento particolarmente
ispirato, entro dentro l'istituto e lo colpisco al cospetto
dei bidelli.
Non fa una piega.
Di piegato, semmai, non resta che il muso dei docenti i
quali, a tutte le latitudini dello stivale (da Macerata a Prato,
da Milano a Napoli, passando per Ravenna, Brindisi, Parma,
Brescia, Enna e Bologna), come informano siti Internet
macabramente aggiornati (www.scuolaviolenta.blogspot.
com, volendone citare almeno uno), vengono raggiunti da
oggetti contundenti ancora prima di vedere da quale direzione
genitori incivili e belluini li abbiano lanciati.

 Del genitore competitivo.

Il genitore competitivo lo riconosci da una frase. Egli se ne
riempie la bocca, se la rimastica tra s e s mille volte al giorno,
quindi la pronuncia con tutti quelli che hanno la mala
idea di mettersi a chiacchierare insieme a lui.
"Mio figlio  avanti! Traducendola in una lista di esemplificazioni,
essa vuol dire: mio figlio cammina prima, mastica
prima, parla prima; mio figlio ragiona prima (e meglio),
ha un'ironia precoce (e pi sottile) e una simpatia naturale
(neanche comparabile con quella degli altri bimbi). Egli
 pi intuitivo, pi originale, pi spassso; pi autonomo,
cerebrale, passionale.
 cos avanti, che i giochi lo annoiano.  cos avanti, che
la normalit lo tedia. Cos  costretto a bruciare tutte le tappe,
per trovare quell'appagamento di bisogni sempre pi
elevati, che nulla hanno da spartire con i comandamenti
dell'infanzia (primo: mangiare a saziet; secondo: godere
di ogni istante; terzo: infischiarsene del futuro).
Pare che in questo suo presunto essere avanti sia riposto
il segreto dell'infanzia e la garanzia di un'et adulta gestita
con successo.
Ma hai visto come va veloce a costruire la casetta con il
lego? mi dice un amico indicando suo figlio.
Bravo, s.
I suoi coetanei all'asilo non vanno mica veloci come lui.
Io credo che questo bambino sia avanti rispetto agli altri.
Dici?
Senti, non mi piace dirlo agli altri genitori, ma a te lo
posso dire, so che mi capisci e che puoi valutare di persona.
Guarda tu stessa: non ti sembra particolarmente intuitivo?
Be', dovrei frequentarlo un po' di pi per azzardare un
parere.
Fidati di quello che ti dico: ha camminato a otto mesi e
ventiquattro giorni, ha detto mamma e babbo prima di tutti i
suoi cugini e siamo costretti a comprargli giochi per un'et
maggiore della sua perch con gli altri ormai si annoia.
Sai, i bambini di oggi sono tutti molto pi sollecitati di
quelli di un tempo per cui...
No, ma infatti il discorso non  questo.  che lui  proprio
avanti anche rispetto ai suoi compagni di ora, di questo
periodo. Capisci?
Capisco.
In tutta onest, a scuola non mi  mai capitato di essere
coinvolta in conversazioni paragonabili nei toni a questa.
Sar che, quando si presentano al cospetto dei professori,
quei padri e quelle madri non sono quasi mai genitori di
studenti particolarmente avanti. E sar anche che i genitori
di quelli veramente avanti, poich hanno saputo educare
i figli all'onest e alla trasparenza oltre che a tutto il resto,
non hanno bisogno di venire a farsi dire da noi docenti
come va il ragazzo, perch lo sanno benissimo da soli.
Comunque, se significa solo accelerare i tempi e bruciare
le tappe, nella prospettiva lievemente passatista che mi tipizza
e di cui ultimamente credo di aver riscoperto il valore,
questo essere avanti mi sembra soprattutto la condanna
a un destino infame. E mi sembra che il segreto sia piuttosto
stare indietro. Che il gioco sia attardarsi. Che il jolly sia
crogiolarsi e assaporare ogni fase della vita, festina lente, con
la lentezza di chi gusta un alimento sublime.
 
Dei nonni perniciosi.

Buongiorno professoressa.
Buongiorno!
Siamo i nonni di Giorgio Moretti. Vorremmo sapere
come va il nostro ragazzo. Il suo babbo e la sua mamma lavorano
e non possono venire a colloquio con i professori.
Prego, sedetevi. Be', diciamo che Giorgio...
Ah, professoressa, scusi.
S?
Potrebbe far chiamare anche il nostro ragazzo? Cos gli
facciamo un salutino.
I nonni, quando sono perniciosi, riescono a fare pi danni
dei genitori. E i nonni sono perniciosi per definizione,
genesi e natura.
La pericolosit degli individui appartenenti alla categoria
raggiunge livelli tanto elevati poich essi, finalmente liberi
dal fardello della genitorialit, si sentono socialmente
autorizzati a varcare ogni confine regolamentare e a scorrazzare
in compagnia dei nipotini nei verdi campi del permissivismo
incondizionato.
Dopo aver dedicato un'esistenza intera a massacrare i
propri figli con imposizioni, diktat e divieti, ora se la spassano
alla grande contribuendo attivamente all'annientamento
della pi timida e incerta impostazione disciplinare
che la loro inetta prole tenta (senza riuscirci) di impartire
all'ultima generazione di famiglia.
Il danno che si viene a verificare, come si palesa facilmente
anche all'occhio meno attento,  abominevole poich duplice:
i genitori sono dei mollaccioni e dal rapporto coi figlioli
non riescono a cavare un fico secco, e i nonni aggravano la
situazione consentendo ai nuovi arrivati di fare esattamente
quello che vogliono.
Non solo.
Poich per primi giudicano i giovani genitori inadeguati
a espletare i ruoli di padre e di madre, i nonni intendono
essere genitori due volte (dei figli ufficiali e dei figli dei figli
ufficiali) per in modo annacquato, blando e drammaticamente
incoerente: quello che una volta era irrinunciabile
(l'educazione, il rispetto, il silenzio, l'ordine, la cura) ora 
opzionale. Quando manca, se ne attribuisce la responsabilit
ai genitori ufficiali o all'infanzia stessa, che non  vista
pi come una gioia ma come una sorta di malattia da cui si
spera di uscire prima possibile per il bene di tutti.
In questo quadretto neo-familiare, nessuno alza pi la
voce, nessuno pronuncia un sano no, nessuno vieta, nessuno
impone. Fatto pi grave, nessuno s'incazza formalmente
e ufficialmente: tutti si limitano a sospirare, a minimizzare,
a scambiarsi occhiate imbarazzate e ad attendere il passare
degli anni con la cieca fiducia con cui gi si  atteso Godot.
Ma il bambino (che  piccolo, ma pi furbo di una lepre)
coglie nell'aria il clima lassista e se ne fa subito vantaggio
personale. Fa, cio, tutto ci che vuole. Rompe, spacca,
agita, corre senza meta, urla, sclera. Ho visto nonni andare
alla stazione per alimentare il nipote appassionato di binari,
nonni a quattro zampe resi schiavi, nonni percossi agli
stinchi e messi alla berlina cos, per mero gioco.
L'inattesa libert concessa al bambino, tuttavia, non lo appaga.
Al contrario, a livello seppur inconscio, lo irrita. Non
chiedendoselo esplicitamente, egli si domanda: perch nessuno
mi sa governare? Perch nessuno mi dice che quello
che sto facendo non si fa? Egli  piccolo, ma l'istinto
naturale lo aiuta a discernere il giusto dall'errato. I suoi parenti,
che sono grandi, nella testa c'hanno il caos.
Ecco perch i bambini di oggi sono tutti agitati e irrequieti:
perch sentono il peso delle responsabilit che i genitori
per un motivo e i nonni per un altro non si prendono.
Oggi non solo i genitori, anche i nonni chiedono al bambino
cosa voglia indossare, dove desideri andare, cosa intenda
fare della sua giornata: se vuole mangiare, dormire,
uscire. E gli si assoggettano completamente.
A detta dei medici, tra i sintomi d'insofferenza che pi
frequentemente egli manifesta c' l'insonnia (poich dormono
a ritmi sbagliati e spesso solo a patto di portarsi un
genitore a letto), la difficolt di concentrazione, l'ansia, la
scarsa capacit di adattamento al sociale e perfino l'alimentazione
monotona. Pare che nessuno si voglia pi sbattere
per nutrire con variet e fantasia i bambini: nemmeno al ristorante,
dove il gioco del men e la tendenza alla curiosit
per i cibi nuovi sarebbero d'obbligo, mamme e nonne
riescono a contenersi e rinunciando a priori decretano: "Al
bimbo non piace nulla, gli porti una pasta al pomodoro".
Senza buone abitudini, regole e confini il bambino diventa
un tiranno e invade tutti gli spazi dell'adulto perdendo
(per sempre?) il senso del rispetto nei suoi confronti.
Un bel giorno ce li ritroviamo a scuola, questi bambini
cresciuti ma non maturati.
La famiglia si aspetta che l'istituzione arrivi dove essa
non  riuscita ad arrivare.
Ma ormai  troppo tardi e quelli che un tempo erano piccole
pesti ce li ritroveremo in giro per il mondo a fare la deprecabile
figura di bambini mai cresciuti, a meno che non
sia la vita, in malo modo e a suon di lezioni assai pi dure,
a metterli in riga.

 Del genitore che non c'entra.

E poi alla fine arrivano gli esperti di chiara fama che ridisegnano
da capo la mappa delle responsabilit.
Essi sostengono che attingere dai ricordi personali di noi
adulti per impostare dei confronti o prendere degli spunti
non  di alcuna utilit: i tempi, in perpetuo mutamento
da sempre, oggi sono cambiati veramente troppo, a velocit
incontrollabile e in misura radicale. Un individuo che
si ritrovi a vivere la giovinezza oggi, rispetto a un adulto
di trentacinque o quarant'anni,  immerso in un contesto
familiare e in dinamiche sociali che non sono neanche parenti
della cornice in cui siamo cresciuti noi.
Psicoterapeuti, pedagogisti e psicologi di questa corrente,
inoltre, sollevano tout court la famiglia da ogni responsabilit
quando giunge per essa il momento del confronto
(e dello scontro) con l'adolescenza: essi negano che i problemi
dell'adolescenza siano in qualche modo legati all'impronta
che infanzia e famiglia possono aver lasciato nel carattere
di un ragazzo.
Riconoscono, questo s, che i genitori possano avere difficolt
(a volte ingenti) a gestire l'adolescente nelle crisi che
lo riguardano in quegli anni (dalle problematiche alimentari
ai fallimenti nello studio). Ma senza mezzi termini affermano
che l'ipotesi della responsabilit familiare finora
sostenuta  completamente infondata.
Dove andrebbe ricercata, allora, la causa della crisi
dell'adolescenza? Essi dicono: nell'adolescenza stessa. Che
 di per s un passaggio caotico, una fase difficilissima, una
rivoluzione psicofisica di proporzioni spaventose. Un casino
a tutto tondo.  l'adolescenza a fare, da sola, tutto quel
macello. E tutto quello che essa  e comporta a mandare in
tilt il cervello dei nostri ragazzi, a trasformarli a volte in
qualcosa di radicalmente diverso da quello che erano stati
fino all'anno prima, fino al giorno prima, e che noi adulti
c'illudevamo di saper tenere sotto controllo.  lei, solo lei,
il principale fattore di rischio.
Dopo il lavoro svolto in un modo o in un altro dalla famiglia,
l'adolescenza  il vento che arriva, travolge, spazza
via quello che trova. E riapre completamente la partita.
Perch l'adolescente non  figlio della famiglia in cui  cresciuto,
bens figlio della comunit in mezzo alla quale vive,
che  fatta di un certo contesto culturale e di amici, incontri,
a volte casuali e inconsueti, imprevedibili e scioccanti.
Che possono, in un attimo, vanificare anni di educazione,
abitudini e regole consolidate. Che possono, in un lasso di
tempo fin troppo breve, fare di un bambino un ragazzo che
non gli somiglia affatto.
Ci andai una sera, dopo un pomeriggio intero speso in
un tedioso Collegio dei docenti, a una conferenza dedicata
a questo tema. E ci andai con alcune amiche, tutte mamme.
Vi udimmo l'esposizione di questi contenuti che n io n
loro avevamo mai avuto modo di ascoltare prima. All'uscita,
loro erano beate.
Cavolo! Ma allora non  colpa mia, quel caratteraccio
di mio figlio!
Davvero! Che bellezza! E quindi io non c'entro nulla
con quell'odiosa di mia figlia!
Finalmente una notizia che rincuora: se passo tutto ci
che sto passando con i miei due figli di quattordici e sedici
anni, la colpa non  assolutamente da imputare a me!
Sar. Io, a queste teorie, non ci credo neanche un po'. Per
me, l'imprinting che i genitori lasciano nella vita dei figli
(se dentro quella vita ci sono stati e c'hanno speso del tempo
significativo)  un'orma profonda fatta nel fango e resa
solida dal tempo,  un fossile visibile a distanza di decenni,
come un odore che non si dimentica, come una musica
che ci riporta a un momento preciso e ricostruisce il passato
con tre note.
Per  vero che, se attraversare l'adolescenza  sempre
stata una battaglia, attraversarla oggi  una guerra. Dalla
quale per si pu anche uscire vincitori. E nella quale il genitore
(credetemi) c'entra eccome, perch pu avere il prezioso
ruolo di stratega, combattere a fianco del figlio e, una
volta finita, cucinare insieme a lui la cena della vittoria.

 
Elogio del dolore.

I tempi saranno anche cambiati. Il dolore per  rimasto
sempre quello.
Esso  una tenaglia che si serra alla bocca dello stomaco;
 un crampo che non passa, un incubo che si fa credere
senza fine. Il dolore ha un suono sordo e cupo,  un tonfo
continuo e ritmato alle tempie, un risveglio con la bocca
al sapore di merda e con gli arti restii al funzionamento.
 un insetto, il dolore, grosso come noi perch quell'insetto
 in noi, siamo noi. Ed  talmente grosso che, come gli
insetti capovolti, non riesce a rigirarsi, non riesce a reagire.
Il dolore priva delle forze come quando uno ride, ride,
ride cos tanto che gli manca il respiro e gli spariscono le
energie per qualsiasi movimento. Il dolore per non ride
mai. Il dolore si dispera e ti dispera, il dolore ti consuma
senza consumarsi, il dolore sfianca, sfinisce, logora e corrode.
Nel dolore ti senti incompiuto, fallito, depredato,
annichilito.
Dino Buzzati scrive: "Ogni dolore viene scritto su lastre
di una sostanza misteriosa al paragone della quale
il granito  burro. E non basta un'eternit a cancellarlo".
Ha ragione.
Se il dolore dei nostri adolescenti fosse disperazione, gli
adulti in generale e i genitori in particolare farebbero
benissimo a cercare di aiutarli concretamente: c' un confine
molto sottile nella soglia di questo stato d'animo che strazia,
su cui bisogna vigilare affinch i giovani non vadano
oltre con conseguenze disastrose.
Se per la sofferenza che i ragazzi provano  legata a qualcosa
che non hanno svolto o che hanno svolto male, se 
dovuta a mancanza di responsabilit personali oppure ad
esperienze della vita che vanno comunque fatte e a fasi che
vanno comunque attraversate, allora no, i genitori devono
stare al loro posto, devono sapersi fare da parte e lasciare
che il dolore delle conseguenze faccia il proprio corso. Che
tormenti, faccia soffrire. Che faccia crescere.
Invece essi, oggi molto pi di ieri, fanno di tutto per risparmiare
ai figli la loro dose di dolore. Spianano loro cos
tanto la strada da renderla un'immensa pianura tutta uguale,
priva di impedimenti da superare, di deviazioni tra cui scegliere,
ripulita da sassi, tronchi, torrenti e precipizi. Fanno
per loro il lavoro che don Abbondio faceva per se stesso,
quando spostava con una pedata i ciottoli in mezzo al suo
sentiero quotidiano per non avere impicci, per filare liscio,
per garantirsi la passeggiata rituale col breviario.
I ragazzi hanno un compito da scrivere? Glielo scrivono
loro. Hanno una verifica e non si sentono preparati? Li
tengono a casa. Li beccano a fare forca? Li perdonano immediatamente.
Portano a casa una pagella inguardabile?
Danno la colpa ai professori. Intascano una nota disciplinare
sul registro? Vanno a protestare a scuola. Vengono rimandati
a settembre in tre materie? Li portano in vacanza.
Hanno bisogno di venti euro? Gliene danno cinquanta.
Non tutti certamente. Ma molti fanno cos. Io credo che,
nell'illusione di fare un regalo ai loro figli, provochino in
loro un grave danno.
Meritocrazia  una parola di cui ci si riempie spesso la
bocca: sar per il suono fascinoso evocato dall'unione di
quei due sostantivi che, sposandosi, depositano il potere
nelle mani di chi ha fatto qualcosa di buono per meritarselo.
Ma il merito va a braccetto con i buoni risultati, che a
loro volta sono inscindibili dall'impegno e dalla fatica. Bisognerebbe
cominciare a lavorare dalla fonte, dall'uovo.
Cio dalla famiglia e dalla scuola. Che dovrebbero sempre
cum-laborare, lavorare con, lavorare insieme, remando nella
medesima direzione, mai contro.
Nella pagella, una colonna di tre, quattro e cinque dice
una cosa sola: il vostro figliolo ha passato quattro mesi
a tenere compagnia alla classe e caldo al banco. Perch
dunque, anzich inchiodargli i piedi in casa come gi
(mostruosamente) si fa con le anatre, anzich privarlo
dell'oggettistica a cui si sente pi legato (cellulare, iPod,
computer, scooter) e tagliargli la paghetta, lo premiate portandolo
con voi in settimana bianca? Perch gli fate pensare
che la scuola sia un optional della vita quotidiana di
cui ogni tanto, specialmente senza meritarselo, si pu fare
a meno? Perch non siete disposti a rinunciare al piacere
immediato di una vacanza a vantaggio di un beneficio
futuro? Perch avete tutta questa paura di far soffrire, di
provocare il dolore?
Questo tipo di dolore  doveroso, senza dimenticare poi
che il danno di certe scelte  doppio: oltre a dire allo studente
vagabondo "continua cos, che vai bene", dice anche
"poveri coglioni" ai suoi compagni che restano in classe
a studiare.
Marcel Proust ha scritto: "La felicit  benefica per il corpo,
ma  il dolore che sviluppa i poteri della mente". Ha
ragione.
I giovani hanno elevatissimo il livello della resilienza,
parolona che non sta a indicare altro che la capacit di resistenza
all'urto: urtiamoli, allora. Facciamogliela battere,
qualche musata in terra. Come abbiamo gi avuto modo
di rilevare, esse forniscono un considerevole contributo al
processo di crescita. Toccare con mano i propri limiti, essere
messi davanti alle proprie responsabilit, pagare per
gli errori commessi:  questa la scuola di vita che i genitori
dovrebbero impartire ai loro figli, prima di mandarli a
scuola con la pretesa che sia lei a fare ci che loro (per
eccesso di amore o perch educare costa tanta, tanta fatica)
non hanno fatto.
Montaigne ha scritto: "Chi sradicasse la conoscenza del
dolore estirperebbe anche la conoscenza del piacere e in fin
dei conti annienterebbe l'uomo". Lui ha ragione pi di tutti.

 Bisogno d'autostima.

Il danno pi grave che la famiglia, la scuola e il mondo degli
adulti in generale possano causare ai giovani, tuttavia,
 privarli di autostima. Gi gli adolescenti hanno i loro bei
problemi da risolvere (sopravvivere in questa Italia culturalmente
bassa e moralmente ridicola, andare d'accordo
con il babbo e con la mamma, trovare e mantenersi delle
valide amicizie, incassare le fregature, arrivare alla sufficienza
in tutte le materie e portare avanti una guerra senza
quartiere contro l'acne); se poi ci si mette anche il contorno
a dar loro mazzolate tra cap'e collo, questi poverini
non ne escono pi.
L'essere umano, in generale, senza un livello ragionevole
di stima di s vive molto male. L'adolescente non vive
proprio. Egli nuota (arrancando) nelle acque torbide della
stagione esistenziale pi insicura, caotica e conflittuale.
Non si piace e non si accetta. Effettivamente a livello fisico
 tipo un anfibio a met sviluppo: non  pi girino, ma
non  ancora neanche rana. Bellissimo non . Occasionalmente,
per la rivoluzione fisiologica in corso nel suo corpo,
gli puzzano anche i piedi in maniera nauseabonda. Nella
testolina poi c'ha una confusione epocale: deve pianificare
il suo futuro scegliendo scuola, lavoro, destino, quando in
realt non sa nemmeno dove andr sabato sera.
Per questo spetta a noi adulti incoraggiare i ragazzi che
ci troviamo davanti facendo loro dono di quelle carezze
verbali che li motivano pi di un voto alto o di un aumento
di paghetta.
Parlo da insegnante: se una classe intera, a fine spiegazione,
trasecola per la quantit di informazioni che dovr
memorizzare a casa ed esclama: Profe, ma per chi ci ha
preso? Non siamo mica all'universit!, a me viene spontaneo
pensare che a queste persone qualcuno abbia fatto
credere di essere persone di serie B e, in quanto tali, finite
in una scuola di serie B.
Invece le scuole sono di serie B solo quando chi le frequenta
crede questo.
E i ragazzi non fioriscono solo quando si fa credere loro
di non essere dei fiori.
Parlo per cognizione di causa ed esperienza, perch in un
periodo della mia vita passata ebbi a soffrire molto per la
convinzione di non essere non dico un fiore, ma nemmeno
del concime da terriccio.
Dopo le medie c'era da scegliere la scuola superiore a
cui iscriversi.
A voler essere pi precisi, gi a met della terza media
passava per le classi il fogliolino giallo delle preiscrizioni,
nel quale lo studente prossimo alla licenza anticipava quella
che con ogni probabilit sarebbe stata la sua scelta nell'immediato
futuro.
Quando il fogliolino giallo pass dalla mia classe, stava
facendo lezione l'insegnante di matematica, una tra le donne
pi spigolose, ruvide e irrisolte che io abbia mai incontrato
in vita mia. La detestavo nella misura in cui lei palesemente
detestava me: moltissimo. Fu per il solo intento di
provocarle un dispiacere che barrai lo spazio accanto all'opzione
"liceo classico".
Non farmi ridere! rise l'insolente.
L'episodio fin l. Ma non la storia. Che riprese invece a
esami conclusi, quando la commissione mi valut con un
iniquo "buono" che mi caus un'inconsolabile umiliazione
da riscattare assolutamente con un'iscrizione alla scuola pi
difficile e allo stesso tempo pi prestigiosa d'Italia: il liceo
classico, appunto.
Non contare sul mio appoggio, sulla mia firma e sui
miei soldi sentenzi il mio babbo, oltremodo deluso dal
giudizio con cui mi ero congedata dagli studi medi inferiori.
Ero al campeggio estivo della parrocchia, quando mi raggiunse
nero in volto come Otello, per dirmi che tra noi due
era finita: con quel voto ignominioso mi ero giocata tutta
la sua fiducia e lui non mi avrebbe pi fatto dono del suo
sostegno psicologico e monetario.
Sinceramente il prosieguo della vacanza mi and un po'
di traverso, ma l'ansia da riscatto inizi a covarmi dentro
e, nella mia testa, elaborai un piano pi che raffinato, per
essere un'adolescente lazzarona: mi misi d'accordo con il
prete della parrocchia affinch fosse lui ad accompagnarmi
alla segreteria della scuola, firmare le carte d'iscrizione
e cacciare il cash per la tassa scolastica.
La mattina convenuta mi alzai presto per l'agitazione,
il babbo era gi uscito per andare a lavorare, ma prima di
chiudersi dietro la porta aveva lasciato sopra il tavolo di
cucina una lettera per me. Vi si faceva riferimento alla limitata
credibilit della mia persona e alla conseguente rinuncia
di espletare i suoi doveri di padre in fatto di istruzione:
per quanto lo riguardava, potevo andare a fare i tacchi delle
scarpe. Ora, perch, fra tutte le produzioni artigianali, il
babbo individuasse proprio l'arte di far tacchi per le scarpe 
un mistero tuttora rimasto privo di soluzione. Ma insomma.
Io mi preparai, passai dalla parrocchia dove il prete
- privato di collare e vestito da babbo - mi attendeva e andai
con lui al liceo.
Quando, la sera, il babbo fu messo a conoscenza del mio
gesto risoluto e libertario, disse: Alla prima materia che
ti danno a settembre, ti tolgo da scuola e ti mando a fare i
tacchi delle scarpe
Nello sconforto della sua reazione e nel terrore della sua
minaccia, ricordo che elaborai la seguente considerazione:
Aridi, con questi fottutissimi tacchi delle scarpe e nelle
notti immediatamente successive sognai svariate volte
di piantargliene uno in mezzo alla fronte riducendolo alla
stregua del ciclope Polifemo.
Non fui mai rimandata a settembre in alcuna materia e
frequentai i cinque anni del liceo provando un libidinoso
piacere per tutte le incredibili materie che vi potei studiare.
Ma il punto non  questo.
Fu una lezione dura, durissima, implacabile. Che implicitamente
esprimeva un messaggio altrettanto forte. Quel
messaggio diceva che, volendo, ce l'avrei potuta fare. Che,
impegnandomi, il mio futuro non sarebbe stato fare i tacchi
delle scarpe ma camminare su quei tacchi lungo una strada
che sentivo mia. Quel messaggio diceva che ogni ragazzo
va alimentato a pane, fiducia, autostima e (quando ci vuole)
anche prese di posizione impopolari. Questo  il punto.
 
Del genitore che si oppone al taglio del cordone.

Se ho a che fare coi ragazzini del biennio, quattordici, quindici
anni, comincio piano piano a buttare qualche seme.
Se invece mi danno le classi del triennio superiore, specialmente
le quinte, ci vado a nozze e li bombardo pi che
posso.
Il tema mi sta particolarmente a cuore e me lo vivo come
una specie di missione sociale che li salvi da una tra le etichette
pi infamanti che i nostri simpaticissimi politici si
permettono di attribuire ai giovani di oggi.
Parlo dell'uscita dalla famiglia, dalla casa d'origine. Parlodel taglio del cordone.
Anzich stare l a fargli tanti predicozzi, per, racconto
loro la mia storia.
Finch vissi in famiglia coi miei, and tutto liscio.
Ero una figlioluccia tutto sommato tranquilla e gradevole
da avere in giro per casa: fatta eccezione per il triennio medio
inferiore, periodo in cui m'intestardii sull'idea di mutare
radicalmente le sorti del mondo, salvando tutti i bambini
dallo sfruttamento minorile, sfamando e dissetando tutti i
bisognosi e liberando i prigionieri politici dell'intero pianeta,
per il resto fui - come si dice - abbastanza inquadrata.
Al liceo studiai le declinazioni, memorizzai le eccezioni,
familiarizzai con la filosofia e lessi molti libri. All'universit
rimasi in pari con gli esami, presi sempre voti alti e dalla
discussione della tesi finale tornai a casa con la lode e i
sorrisoni della commissione.
Apparivo piuttosto remissiva: mi piegavo alle regole familiari
come un giunco fresco e flessibile, rispettavo l'orario
del rientro, non bevevo, non fumavo, coltivavo un amore e
praticavo un sesso che con la mente lucida di oggi definirei
moderati e assolutamente monogami.
I miei genitori potevano dirsi soddisfatti di me.
Parallelamente alla mia crescita anagrafica e stando a certe
mie sempre pi frequenti manifestazioni di intolleranza
alle restrizioni, tuttavia, essi iniziarono a sospettare che
la mia apparente remissivit nascondesse potenzialit fortemente
volitive e che io, avvertiti un languore d'indipendenza
e un rigurgito di autonomia, oltre che una sfacciata
esigenza di realizzazione personale, potessi essere capace
di rigirare la mia vita al pari di un calzino e levarmi dai tre
passi nel giro di un giorno soltanto.
Era esattamente cos.
Sulla "Pulce", il giornale di annunci pi diffuso in citt,
lessi di una camera singola in casa colonica data in affitto
a 350 mila lire al mese. Il riscaldamento era autonomo, la
fermata dell'autobus era di fronte: telefonai.
Mi rispose una voce maschile: era Massimiliano, inquilino
della casa insieme a Massimo e Alessio. Mosso dall'innata
onest che nel tempo a venire avrebbe fatto di lui uno dei
miei amici pi cari, egli fece di tutto per scoraggiarmi: mi
confid che il termosingolo era una stufa a legna Argo disagevole
e puzzolente e che l'autobus si fermava solo dopo
aver strombazzato in modo sguaiato passando sotto le finestre
della camera, mi avvert che vivere in compagnia di
tre giovani uomini non sarebbe stata una passeggiata per
una borghese come me, mi fece notare che la situazione in
quella casa poteva dirsi spartana solo usando un eufemismo,
che d'inverno si schiantava di freddo, che d'estate si
ribolliva di caldo, che ogni inquilino si portava appresso
come minimo un animale domestico, il quale a sua volta si
portava appresso un carico di pulci.
Fissai un appuntamento per il giorno dopo.
S s, come no... mormoravano i miei nel tentativo di
convincere prima di tutto se stessi che le mie non sarebbero
state altro che chiacchiere e distintivo.
La settimana dopo mi trasferii.
Il trasloco fu agevolato dal taglio radicale che il babbo e
la mamma operarono sui miei possedimenti materiali, ridottisi
improvvisamente a qualche scatola di libri e a una
valigina di vestiti: tutto il resto in casa loro era e in casa loro
sarebbe rimasto. Volevo andarmene? Volevo abbandonare
il nido? Volevo tradire i venticinque anni di generosa convivenza
di cui essi mi avevano fatto dono? Volevo ripagarli
in quel modo vergognoso di tutti i sacrifici fatti per la mia
crescita e la mia educazione? Che mi accomodassi pure. E
gi che c'ero, che mi portassi via pure il peloso Nello.
Condividere la propria rivoluzione esistenziale con un
cane  l'esperienza che ogni giovane dovrebbe provare. Con
un cane accanto niente fa pi paura, niente disorienta pi;
al contrario, si sviluppa in corpo un'energia insospettata e
il futuro non pu altro che sorridere.
Vedendomi sorridere in continuazione bench nullatenente
e povera in canna, il babbo e la mamma compresero
che l'arma della privazione e del ricatto materiale con
me non funzionava. Passarono cos al piagnisteo e al ricatto
psicologico.
Torna, torna a casa. Se non torni, la mamma muore:
vuoi far morire la mamma? uggiolava il babbo telefonandomi
ogni sera.
No, non volevo far morire la mamma. Volevo solo far vivere
me stessa.
Avevo venticinque anni, era la mia ora, il richiamo biologico
della libert si era fatto pi imponente di qualsiasi altro
bisogno, l'istinto di indipendenza era pi forte dell'amore
per i miei cari, del legame con mio fratello, della catena
delle abitudini, della dipendenza dal benessere e dall'agio. Di
possedere non me ne importava un fico secco. Tutto quello che volevo era esistere e cominciare a crescere da sola.
Nei primi sei mesi dopo il mio trasloco, la mamma dimagr
undici chili dalla disperazione.
Li riprese tutti (e ve ne aggiunse altri tre) quando come
suo marito si rese conto che la mia scelta era stata giusta,
che il loro compito era finito e che, ostinandosi in quel comportamento,
avrebbe solo dato ragione a Kafka, autore del
seguente, feroce aforisma: "I genitori che si aspettano riconoscenza
dai figli sono come quegli usurai che rischiano
volentieri il capitale per incassare gli interessi".

 Del genitore che riflette.

Piano a tirare un respiro di sollievo.
"Riflette" qui va inteso non come "pensa", "pondera",
"considera", "valuta attentamente". Non come attivit mentale,
ma come atto squisitamente materiale: "riflette" come
"rispecchia", "riproduce", "rinvia". Come una luce, o un
suono, rispediti al luogo da cui si sono mossi.
In questo senso, di genitori che riflettono  piena la societ.
Purtroppo, mi viene da aggiungere. Perch ci che
essi riflettono tanto abilmente  il grado di malessere da
cui la societ  colpita.
Eppure, a guardarla da fuori e soprattutto a confrontarla
con quella di un passato anche recente, essa appare come
la pi evoluta, agiata, benestante e realizzata. Non ci sono
guerre (almeno non nell'orto di casa nostra), non siamo alla
fame (sebbene presto potremmo tornarci), siamo circondati
da beni di lusso che ci concediamo anche quando non 
del tutto certo che possiamo permetterceli: poche, pochissime
le famiglie in cui si conta un'auto solamente, pochi,
pochissimi gli individui che vivono senza televisione e il
resto del corredo elettrico ed elettronico, assolutamente nulli i giovani privi di cellulare, rari i nuclei familiari che non
si concedono periodiche vacanze, sempre meno numerose
le persone sprovviste di guardaroba griffato. Per garantirci
la conservazione di un tale livello di esistenza, lavoriamo
come ciuchi e corriamo come levrieri. La nostra vita
 una corsa forsennata dal momento in cui la maledetta sveglia
ci strappa al sonno e ci nega il diritto umano al risveglio
biologico fino al momento in cui crolliamo sulla medesima
casella, quella d'inizio. Pedine di un interminabile
gioco dell'oca, nel corso delle ventiquattro ore un bombardamento
costante e insistente di manovrate sollecitazioni
ci convince che tutto ci che abbiamo  ancora troppo poco,
che si pu avere di pi, quindi si deve. E se per averlo sar
necessario potenziare la corsa, la potenzieremo.
Naturalmente, quando si parla di avere di pi, s'intende
pi cose. Pi "roba", per usare una parola cara non solo a
Giovanni Verga. Di quello che "roba" non , diciamoci la
verit, c'importa poco.
C' un pianeta che strabocca di rifiuti, che annega nel sudicio,
soffoca di un calore innaturale che abbiamo causato
noi a suon di frigoriferi, tubi di scappamento, spray e ciminiere.
Vabe', ma noi c'abbiamo da mangiare, da conservare
i cibi, da viaggiare, da produrre: non c'abbiamo mica
tempo per stare a pensare anche al pianeta.
C' una qualit nei rapporti umani che non  mai stata
tanto bassa e volgare, e c' un'indifferenza nei confronti
dei bisogni altrui che inorridirebbe un ruvido bestione
neanderthaliano. Ho capito, ma noi andiamo di fretta, abbiamo
mille questioni da affrontare, mille urgenze personali
a cui dare soluzione: mi spiace, non trovo uno scampolo di
tempo per passare del tempo con te, anche una telefonata
mi starebbe stretta. Se trovo un minuto ti scrivo una mail.
E in tutto questo quadretto aberrante c' un vuoto d'affetti,
e c' una crisi d'identit, e c' una mancanza di certezze,
e c' un buio di prospettive future che stordisce, quando
si trova un attimo per pensarci: vabe', ma io faccio un
figlio, me lo metto accanto, lo pongo allo stesso mio livello,
lo tratto da adulto cos ci parlo di tutto e non mi sento
pi sola, me lo porto appresso anche nei luoghi che non si
addicono a lui, lo spedisco a scuola e mi aspetto che realizzi
tutti i miei sogni irrealizzati, lo iscrivo a mille attivit e
aspetto che primeggi in tutte, lo faccio correre di fianco a
me, ai miei ritmi, alla mia velocit, e se non tiene il passo
vado a bussare alla porta della maestra, del professore,
dello psicologo, del neuropsichiatra, perch evidentemente
 difettato, si sta per rompere, va messo subito a posto,
e loro devono aiutarmi.
L'immagine suona apocalittica, ne convengo.
Per questo convengo anche con Franco Battiato quando
canta quella frase semplice, quella frase sola, breve, scarnificata.
Rivoluzionaria.
"Ci vuole un'altra vita."
 
Perch non studi?

A sentire i genitori, venire al ricevimento di noi professori
 una specie d'incubo.
Un po' li capisco anche.
Pare che comincino il giorno prima, a rimuginarci. Ce li
vedo, alle prese con una vigilia d'ansia e preoccupazione sia
per l'esito del colloquio, sia per le aspettative che essi nutrono,
anche quando non vorrebbero, nei confronti dell'andamento
scolastico del figlio.
Per non parlare di tutto quel gioco d'incastri orari in cui
si sono dovuti districare per organizzarsi tra il lavoro e l'ora
di ricevimento mattutino, diversa per ogni docente.
Se, nonostante il traffico e il parcheggio che quando serve
non si trova mai, arrivano in orario, sembrer loro di aver gi
fatto molto. In realt non sono neanche a met dell'opera.
Varcato il portone d'ingresso,  di natura psicologica il
trappolone che li aspetta, viscido e sonnacchioso. Credevano
di aver rimosso tutto, di aver digerito, superato, elaborato
quel fastidio che, come un prurito insistente, li torment
negli anni della scuola?
S, credevano. Ma non era altro che illusione.
Eccolo qua, il fastidio, eccolo qua, il prurito odioso. Il disagio
di quest'atrio che  sempre troppo grande, di questi
corridoi di cui non s'indovina mai la fine n la destinazione.
Svolteranno a sinistra o a destra? E l'aula di mio figlio, sar
su questo piano o in quello di sopra?
Se vengono di pomeriggio, hanno da fare i conti con le
file, con i malumori e le liti per la precedenza. Se vengono
di mattina, avvertono a pelle la fretta con cui si  costretti
a procedere, perch l'ora  una, sta incastrata in mezzo alle
lezioni, alle classi da raggiungere immediatamente dopo
il suono della campanella senn addio, e loro invece, i genitori,
sono sempre tanti. Se incappano in un collega sgraziato,
vengono ricevuti in piedi e vabe', meglio che niente.
Alla fine della chiacchierata, se le notizie che hanno avuto
sono buone, se ne torneranno a casa belli sollevati e cammineranno
scattanti, veloci, come se l'orgoglio fosse dietro
a spingerli.
Ma se il quadro emerso  negativo, all'apprensione e
all'angoscia del prima si sommeranno la rabbia e il senso
d'impotenza del poi.
A volte assisto a vere e proprie scene mute, con genitori
incapaci di spiccicare una sola parola.
Altre volte mi ritrovo davanti genitori logorroici che
nemmeno il suono della campanella riesce ad annientare.
In ogni caso, cerco sempre di esortare il genitore alla domanda:
perch il figlio non studia?
In genere  allora che mi si apre un mondo.
Un mondo di risposte a cui ero arrivata solo in parte, osservando
pi a fondo che potevo gli adolescenti che ho davanti
ogni mattina.
Reali, gravi, immaginari, talvolta addirittura poetici sono i
motivi per cui un ragazzo non traduce in atto l'unico verbo
che gli viene imposto alla sua et: non si studia perch in
famiglia non si  sottoposti ad alcun controllo, non si studia
perch gli allenamenti di calcio, basket, karat, pallavolo,
nuoto, atletica, hockey sul ghiaccio, joga e bioenergetica
ci impegnano per troppe ore, non si studia perch fuori c'
il sole, gli amici, il motorino, in casa la televisione, la playstation,
la Nutella. Non si studia perch il babbo se n' andato
via di casa e io lo odio, perch la mamma non mi capisce
e io mi ribello, il professore ce l'ha con me e quindi
cosa studio a fare, l'amico mi ha tradito e io ci soffro, mi
sono innamorato e sai chemmenefregamm delle interrogazioni
e dei compiti in classe.
Di tutto questo si parla con i genitori, guardandosi negli
occhi e cercando di trovare la diritta via da indicare ai loro
figli, ai nostri studenti.
Che la mattina dopo, sapute tutte queste cose su di loro,
non ci sembrano pi i soliti studenti, ma molto, molto di pi.

 PARTE SECONDA.
DIMMI CHI SEI
(E TI DIRO' CHE GENITORI HAI).

 L'insicuro.

Per identificare l'insicuro, baster chiamarlo.
Eh?! Chi, io?! sar la sua risposta.
L'insicuro spera sempre che tu non ti rivolga a lui.
Per nessun motivo. Nemmeno per domandargli come si
sente, se ha dormito bene, se a casa  tutto a posto.
La sua insicurezza  tale che egli nutre dubbi consistenti
anche sul proprio nome.
Filippomaria!
Eh?! Chi, io?!
Vedrai, non ci sei che te in tutta la scuola, con un nome
tanto inusitato.
E infatti dev'essere anche per questo, che il poverino
spera sempre di non essere interpellato: l'origine della sua
abissale, incurabile insicurezza  prima di tutto riconducibile
a motivazioni squisitamente onomastiche. Furono i
suoi genitori a intestardirsi e a pretendere per lo sfortunato
primogenito un nome originale che lo distinguesse dalla
folla, che lo salvasse dall'uniforme e informe magma degli
Andrea e dei Matteo. Individuando per lui un nome atipico,
ne fecero un frustrato.
L'insicuro mette in dubbio anche la propria biologica necessit
di respirare.
In lui dubitare assume la medesima valenza del cogitare
cartesiano. Per cui, dubitando, innegabilmente .
Ma  (appunto) dubbioso, insicuro, di se stesso, dei suoi
stessi pensieri, delle proprie conoscenze.
Essendo la scuola il regno dell'accertamento delle conoscenze
acquisite, essa diventa per costui un inferno.
Filippomaria!
Eh?! Chi, io?!
In che anno  nato Manzoni?
Mmmm... mmmille...
S...
... llesettecen...
S...
... ttecentott... no...
S, di che vai bene, forza!
... ottantac... i... n...
Di! Forza! Vai sicuro, di!
Millesettecentottantacinque?
Anche fornendo una risposta (perlopi giusta), l'insicuro
in verit domanda.
Egli ha bisogno del consenso, di uno che mentre lo ascolta
muova sempre dall'alto in basso e dal basso in alto la
testa come a dire ss, ha una necessit viscerale di essere
rassicurato, affinch possa convincersi che ci che sta per
dire non comporter conseguenze disastrose per la sua
sopravvivenza.
Per lui l'esistenza  un cruciverba bianco da riempire, con
l'aggravante che mancano le definizioni per l'orizzontale
e il verticale,  un rebus fatto solo di immagini dove manca
l'ausilio di qualsiasi parola, della minima lettera.  quel
giochino scemo della settimana enigmistica che chiede di
unire i numerini perch il disegno sia completo, ma senza
i numerini: cos, alla cieca.
All'insicuro mancano certezze su questioni in cui la risposta
a chiunque apparirebbe scontata.
Hai fatto le frasi di inglese?
Eh?! Chi, io?!
Hai studiato matematica?.
Eh?! Chi, io?!
Vieni in gita?
Eh?! Chi, io?!
Poi, una mattina, al ricevimento individuale dei genitori,
si materializza al tuo cospetto lei.
La madre dell'insicuro.
Ha un'agitazione in corpo del tipo peggiore: trasferibile.
Infatti dopo cinque minuti che conversi insieme a lei, ti
agiti anche tu.
Ha l'ansia da prestazione e, per celarla, parla incessantemente.
 venuta a parlare con te per sapere, per avere notizie
su suo figlio, per conoscere il suo andamento a scuola. Ma
non si zittisce un istante.
Ti parla insieme, ti parla sopra, probabilmente ti parler
anche dietro una volta uscita dall'aula del ricevimento,
ma non per cattiveria: per insicurezza.
Prima che tu le dica che Filippomaria ti sembra un filino
insicuro, s'impadronisce della parola e afferma: Mio figlio
 molto insicuro.
Detto questo, si affretta a confidarti tutti gli sforzi spesi
da lei e da suo marito al fine di combattere quella insicurezza,
nemica giurata di una vita di successo.
Capisci cos che quel disgraziato adolescente, come si
muove, viene giudicato (male) e (quindi) corretto. Nessuno
in casa si limita ad osservarlo, libero nella sua autonomia
di pensiero, scelta e movimento. Tutti intendono pilotarlo.
Aggiustare la mira prima ancora ch'egli spari. Per accorciare
i tempi e non correre rischi inutili, sparare al posto suo.
La madre  il paradigma a cui costui deve ispirarsi. In
altre casistiche, a fare da modello  il padre. Nei casi pi
sfigati, entrambi, belli uniti, coesi, solidali,
determinatissimi a fare di quel ragazzo il loro ragazzo, cibo
futuro per lo psicologo che lo prender in cura e,
accogliendolo nel suo studio, lo inviter a sedersi su quella
poltrona, ecco, prego Filippomaria, accomodati qua.
Eh?! Chi, io?!

 L'emotivo.

E dire che quel giorno non era in programma neanche l'interrogazione.
Al contrario, doveva essere una tranquilla mattinata
di spiegazione, ripasso e approfondimento. Una di
quelle belle lezioni ariose e rilassate grazie alle quali rafforzare
saperi gi acquisiti ma non completamente metabolizzati,
"la politica di Depretis fu detta del trasformismo perch",
"la parlamentarizzazione dei conflitti sociali nell'et
giolittiana comport", "il biennio rosso fu", "la marcia su
Roma in verit".
Ma oggi interroga?
L'avevo detto subito che quel giorno, no, non avrei interrogato,
l'avevo detto appena entrata in classe, che avrei dedicato
le due ore un po' alla storia e un po' alla letteratura,
che andava rivisto Carducci mentre traversa la Maremma
toscana, Pascoli mentre s'accalora per la conquista della Libia,
e speriamo che rimanga tempo anche per D'Annunzio
quando invade Fiume nel nome della vittoria mutilata urlando
eja eja eja alala.
Ma l'emotivo, braccato da un mostro di nome emozione
ventiquattr'ore al d, non si fida neanche un po'.
S-s-sicura sicura c-c-che non interroga?
L'emotivo, averlo in classe,  un debito. Una palla clamorosa.
Una sla che non ti sto a dire. Potresti passare settimane
a lavorare su di lui con trasfusioni di fiducia, autostima
e self-control: non servir e i risultati saranno nulli.
Quando l'ansia lo assale te ne accorgi perch egli la manifesta
"attaccando" la lingua. Diventa cio improvvisamente
balbuziente. Oltre, chiaramente, a tutte le altre menate tipo
la sudorazione incontrollabile delle mani, la secchezza delle
fauci e un tic inedito all'occhio destro. Oltre a tartagliare,
rallentando di parecchio il naturale scorrimento sintattico
della proposizione, come tutti i balbuzienti accelera abusivamente
su alcune parole, fondendole insieme e creando
neologismi che l'avanguardia del paroliberismo futurista
avrebbe trovato interessanti.
Stai tranquillo Matteo, cerca di rilassarti: ho detto che
non interrogo.
S-s-s, p-p-per anche un'altra volta aveva detto o-o-
oggi vadoavanti e poi invece n-n-ne aveva interrogatitr.
Vabe', che c'entra.
S, un corno, che c'entra. All'emotivo, che s'interroga, gli
va detto con l'anticipo di una settimana, cos lui ha modo
di prepararsi. No, non l'interrogazione. Lo stato d'animo.
Perch lui c'ha da andare a recuperare l'ombra di coraggio
che puntualmente lo abbandona nei momenti chiave.
C'ha da meditare. Da fare i respironi. Da puntarsi le dita
sulle tempie e premere forte. Gliel'ha detto quella che sta
di banco dietro a lui, la Ceccherini, che ha la madre appassionata
di tecniche subliminali e kinesilogia ipnotica: Bertocci,
indice medio e anulare sulla tempia e spingi pi che
puoi. Al che quello che sta di banco accanto al Bertocci ha
replicato: O Ceccherini ma che sei scema?! Questo qua,
ansioso com', spinge troppo e s'ammazza da solo. Fatto
sta che ora il Bertocci, quando applica la pratica su se stesso,
pi che spingere, accarezza. E cos finisce solo per strusciare
via la canocchia gialla ai brufoli presenti nella zona
epidermica limitrofa.
Insomma n-no-on interroga.
No, Matteo, non interrogo. Al massimo, guarda, qualche
domandina qua e l.
Chiss cosa si scaten dentro la testa del Bertocci quella
mattina, dopo che ebbi pronunciato la seconda parte di
questa frase: al massimo... qualche domandina qua e l. Pi che
altro, chiss cosa si scaten dentro il suo intestino.
Lo vedemmo prima impallidire, quindi farsi livido, infine
ceruleo. Indirizz lo sguardo nel vuoto, schiuse con levit
la bocca e, per un istante che solo pochi eletti ebbero
la lieta sorte di notare, permise alla lingua rosata di affacciarsi
dal cavo orale, attardandosi (ma impercettibilmente)
nell'espressione dello stupore, altrimenti detta "a pappafico".
Lo osservammo oscillare placido il testone come
nell'estasi di un'apparizione mistica, strizzare le palpebre e
riaprirle in fretta come di chi pensa "sogno o son desto?!",
sturarsi il condotto auditivo prima destro poi sinistro come
di chi si domanda "ho sentito bene o ho avuto un'allucinazione
acustica?!", guardarsi una mano chiusa a pugno da
cui snocciolava un dito alla volta partendo dal pollice come
di chi conta qualcosa che non  chiaro neanche a lui. Infine
lo guardammo mentre sollevava a fatica un braccio, che in
quella scena aveva l'aria di essere incredibilmente pesante.
Alla fine del braccio, una manina delicata e bianca, aperta
solo a met, lasciava intravedere pi distintamente il dito
di chi chiede la parola.
Dimmi, Matteo.
Professoressa, posso u-u-uscire?
Non posso mandarti, lo sai che alla prima ora non si esce,
e poi adesso inizio a spiegare, quindi tira fuori il quaderno
degli appunti e stai pronto a scrivere.
Avrebbe potuto dirlo, no? Avrebbe potuto insistere. Avrebbe
potuto spiegare. Mica cos, in modo diretto e sfacciato.
Mica in modo esplicito. Una perifrasi sarebbe stata pi che
sufficiente. Un eufemismo sarebbe stato perfetto. Ho un
fastidio imbarazzante, mi sento indisposto, avverto un'urgenza,
provo una sensazione improcrastinabile, sono vittima
di corpose pressioni. E comunque, prima di assistere
a quello che di l a poco sarebbe avvenuto, avremmo accettato
anche qualcosa di meno circumlocutorio, chess:
se non corro a farla scoppio, e badate che non  di roba liquida
che sto parlando.
Dalla bocca dell'emotivo invece non usc verbo. E quando
la mimica facciale parl al posto suo, era troppo tardi.
A portargli maglietta e pantaloni di ricambio giunsero suo
padre e sua madre, insieme, il respiro affannato, lo sguardo
vacuo e smarrito, le mani tremanti e insicure, i piedi
alla continua ricerca di terra da pestare, l'ansia distribuita
equamente su ciascuna parte del corpo.
L'emotivit (c' bisogno di dirlo?) perfettamente conforme,
sebbene in quell'occasione non materializzata, a quella
del frutto del loro seno.

 L'impudica.

Quando quindici anni ce li avevo io, i jeans andavano stretti
in fondo, ma talmente stretti che le frange adolescenti pi
estremiste ricorrevano all'inserimento di strategiche cerniere
a consentire il passaggio del tallone.
Perch l'impatto fosse ancora pi rivoltante, inserivamo
triangoli di stoffa stampata a stelle e strisce americane,
con varianti ispirate alla britannica Union Jack o al tricolore
giamaicano. La circonferenza dei calzoni, con quelle aggiunte
che si raggrinzivano strizzate da pacchiani cinturoni,
andava a superare di gran lunga quella reale del nostro
punto vita, con risultati agghiaccianti che facevano di noi
un esercito di nani a culo basso e piedi lunghi.
Eravamo parecchio brutti.
Almeno per ci coprivamo.
Ora la prassi dilagante impone ai miei studenti l'adozione
di jeans stretti non solo alla caviglia, ma anche al polpaccio,
alla gamba e alla coscia intera, col raggiungimento
di un effetto salamato e/o salsicciato che non pu lasciare
indifferente nessun osservatore. In pi, affinch l'estetica
non ne risenta troppo positivamente e i concetti di comodit,
agio e confort siano del tutto banditi dalla vita quotidiana,
la moda affianca a questa intuibile tortura anche il
diktat della vita bassa. Talmente bassa che anche
l'osservatore pi distratto non potr evitare di cogliere parti anatomiche
in altri tempi accuratamente occultate.
Ogni mattina vengo accolta da una quarantina di sorrisi
per ciascuna classe in cui mi reco: di questi, venti sono
orizzontali e fioriscono su volti acerbi e assonnati. Gli altri
venti stanno in verticale e hanno origine assai pi bassa
e posteriore. Cos - cade una penna, scivola un foglio, ci si
piega verso il cestino per buttare l'incarto della merenda -
 tutto uno sbocciare di non richiesti e lunghi sorrisi (alcuni
burrosi e cellulitici, altri affusolati e spigolosi, altri ancora
bassi e perimetralmente pelosi), che un po' m'imbarazzano,
un po' m'innervosiscono, e un po' m'inducono a
domandarmi dove siano (o dove guardino) le mamme di
questi ragazzi la mattina.
Solo la mia era sveglia come un grillo e vigile come un
vigile alle sette in punto? Solo la mia mi scannerizzava prima
che varcassi l'uscio? Solo la mia coglieva invisibili particolari
(la gonna arricciata in vita affinch si accorciasse
in fondo, per dire solo una delle mie furberie) volti a far di
me una piccola, sensuale, porchissima Lolita di provincia?
Il mio insegnante di Storia e Filosofia del liceo, con esplicito
disgusto ed evidente intento di espormi alla pubblica
berlina, ebbe a nomarmi "tipa da spiaggia" solo perch
osavo presentarmi in classe con una maglietta bianca, castissima
seppur smanicata e comunque giustificabile con
l'afa opprimente d'inizio estate. Nulla s'intravedeva, dalla
trama del tessuto.
Oggi tutto si palesa, oltre i confini della stoffa. Probabilmente
perch si sono ridotti anche i confini del pudore.
A darmene conferma, giunge mensilmente l'appuntamento
con il ciclo mestruale delle mie ragazze.
Profe! Ehm! Posso uscire? berciano sventolando in aria
un pacchettino quadrato e schiacciato, che nasconde l'assorbente
da sostituire e da cui prontamente intuisco il livello
del flusso che stanno perdendo dal rubinetto vaginale:
rosa pallido = flusso iniziale quindi modesto, verdolino
mela = flusso consistente ma non ancora abbondante, lilla
tenue = flusso intenso ma tutto sommato arginabile, viola
= flusso torrentizio e vagamente materico, blu scuro = flusso
notturno detto anche da vitello sgozzato.
Sono io l'obsoleta che arrossisce se dalla borsetta mi fa
capolino il salvaslip o sono loro delle sfacciate indecorose
a cui nessuna madre ha insegnato ad aver cura e rispetto
della propria femminilit?
Mai avrei pensato di scrivere, un giorno, un capitoletto
bacchettone per la tutela della mia sensibilit sentendomi
per contemporaneamente un'acida zitella d'altri tempi.
Non mi manca che chiosare con un classico dello scandalo
(O tempora, o mores!) e sono a posto.

 Il bullo.

In un tempo che ormai mi sembra passato remoto, sulla
mia strada m'imbattei in un bullo.
Che lo fosse, lo sostenevano tutti coloro che avevano avuto
modo di conoscerlo prima che lo conoscessi io. Le sue
maestre delle elementari, per cominciare, che dipinsero di
lui un quadretto cos apocalittico e disfattista da demotivare
qualunque insegnante successivo dal tentare col ragazzo
una battaglia pedagogica salvifica e in qualche modo
produttiva. I suoi professori delle medie, per continuare,
che lo licenziarono con un giudizio da tribunale inquisitorio
e previdero per lui un futuro inesorabilmente autodistruttivo.
I genitori dei suoi vari compagni di classe, per
proseguire, che sollecitavano i figli a stargli alla larga e i
professori a stare all'erta. L'opinione pubblica dell'immediato
quartiere, infine, che  come la Fama di cui ci parl
Virgilio, cio un mostro alato gigantesco e spietato, capace
di spostarsi con grande velocit, coperto di piume sotto
le quali si aprono tantissimi occhi per vedere e che, per
ascoltare, usa un numero iperbolico di orecchie e diffonde
le voci facendo risuonare infinite bocche nelle quali si agitano
altrettante lingue.
Come tutte le dicerie che nascono, si diffondono, acquistano
credibilit, non fanno distinzione tra vero e falso,
amplificano e distorcono a piacimento i fatti, cos la Fama relativa
al bullo si nutriva di se stessa, cibandosi degli aneddoti
pi adatti a consolidare quella stessa reputazione che intendeva
rovinare.
Il bullo era un insolente, un maleducato, un tracotante.
Rispondeva male, non sopportava le regole, le imposizioni,
gli ordini e i divieti. Era intollerante alla calma e alla
riflessione. Mostrava antipatia per le creature umane mansuete,
che infastidiva, molestava, danneggiava, vessava.
Infieriva sugli oggetti, sulle cose. Era un violento. E infatti
era stato lui ad allagare il bagno dei maschi della scuola, a
scheggiare un angolo di ardesia per sottrarlo alla lavagna
e usarlo per squartare le ruote ai motorini del parcheggio,
a scrivere sui muri andataffanculotuttiquanti, a giocare a filetto
sopra i banchi, a fare un collage di caccole e sputacchi
al portone d'ingresso e a mettere Ges Cristo a testa in gi.
Ed era sempre lui a perseguitare le ragazze all'intervallo
sbriciolando loro sulla testa pane e mortadella, a ruttare in
faccia a chi osasse incrociare gli occhi con i suoi, a scuotere
con rapidit feroce il braccio se un docente glielo afferrava
per fermarlo.
Col bullo nessuna arma era abbastanza potente.
Scheggia impazzita nell'imprevedibilit delle sue azioni.
Caso irrisolvibile perch incomprensibile.
Sarebbe bastato prestare orecchio, anzich alla Fama dalle
ali late, prima a sua madre, quando venne a un ricevimento,
poi a suo padre, che si present in un giorno diverso
rispetto a lei.
I due si erano separati da diversi anni. Lui se n'era andato
di casa, dietro la sottana di una ragazza laureata di fresco
con la quale ora viveva. Alla madre era rimasta la casa
e tanta confusione in testa, gradualmente amplificata anche
da quella prodotta da una bottiglia chiara che pareva
d'acqua, ma che d'acqua non era.
Il bullo ora abitava un po' di qua, un po' di l. Si ritrovava
ad avere due case, eppure gli sembrava di non averne
pi nemmeno una. Sua madre dopo qualche tempo si
era accompagnata a un nuovo uomo, che ora viveva insieme
a lei. La nuova casa del padre era piccola e occupata
dalla nuova compagna, ingombrante di scarpe, abiti e chili
in esubero. Una stanza esclusiva per lui non c'era verso
di trovarla.
Il suo malessere da sordo e sotterraneo si era fatto sempre
pi vociante e palese. Sua madre non aveva orecchi
per sentirlo. Suo padre lo metteva a tacere a suon di calci.
Questo raccontarono, l'una dell'altro, presentandosi al
mio cospetto in separata sede.
Quando se ne furono andati entrambi, il quadro della situazione
era completo: quello che il microcosmo scolastico
bollava come bullo era un ragazzo che chiedeva occhi, attenzione,
un po' di spazio, un ruolo. Chiedeva voce per innalzare
i suoi giramenti e, siccome non l'aveva, aveva preso
a comunicare con le mani allungando cazzotti, con i piedi
piazzando calcioni, con gli oggetti preferibilmente contundenti.
Reclamava il riconoscimento del suo essere venuto
al mondo, la presa di coscienza e di responsabilit da parte
di chi ce l'aveva messo, pretendeva di essere guardato e
considerato, riconosciuto e toccato nella sua fisicit con un
buffetto sulla guancia, una spettinata di capelli, un abbraccio
anche accennato.
Solo quando tutto mi fu chiaro, la Fama smise di volare
almeno in quella fetta di cielo posta sopra la mia testa, e
il bullo divenne per me uno studente da ascoltare e amare
pi degli altri.

 L'insolente.

Che era insolente me ne accorsi, grazie al supporto della fisiognomica,
non appena ebbi varcato l'uscio dell'aula: una
capocciata di capelli riccioluti a corona di un viso puntuto
e spigoloso, le labbra fini, il naso adunco, l'occhio scaltro,
il corpo esile e dinamico da nevrastenico, qual era.
Affinch lo notassi e prendessi coscienza della sua presenza
sulla terra in generale e in quella scuola in particolare,
era disposto a giocare tutte le sue carte. Compresa
quella dell'approccio seccante. Notandolo all'istante, finsi
d'ignorarlo. E poich spregio peggiore non pu essere inflitto
all'insolente, egli rincar la dose. Parlava a sproposito,
interveniva in continuazione, a voce alta, in modo insistente
e sgraziato.
Ti chiami?...
Biagini.
Ecco, Biagini, per favore: bisognerebbe che ti mettessi
un poco zitto e ti dessi una calmata.
Perch?
L'insolente non riceve mai un ordine senza farlo seguire
da un quesito che l'affianchi. Egli pretende sempre di conoscere
il motivo per il quale l'ordine gli viene impartito.
In verit del motivo se ne infischia: lo fa solo per disturbare
e, in questo modo, imporsi.
Il rituale potrebbe andare avanti per giorni, per settimane.
E infatti, va.  un gioco di forza, nel quale egli testa la
mia capacit di sopportazione e contemporaneamente esercita,
potenzia e affina la delicata arte di rompere i coglioni
in cui, pur s giovane,  gi esperto.
Finch arriva un giorno. Quel giorno. Quello del vaso che
trabocca, quello della misura che si colma, quello dell'alea che
iacta est. Il giorno della guerra frontale, sola igiene del mondo
(almeno di quello occupato dalla diade docente-insolente).
Per oggi era prevista la consegna della ricerca di storia
sulla peste del Trecento, vero ragazzi?
Profe, io la ricerca l'ho fatta, per non l'ho stampata perch
non avevo pi cartuccia.
Biagini,  un problema tuo: io mi limito a constatare che
oggi non consegni niente e a valutarti conseguentemente
con un due.
Profe! Lei non pu darmi due!
Ti sbagli, Biagini: posso.
Profe, non ci crede che ho fatto la ricerca?! Glielo giuro!
Ho finito l'inchiostro della stampante!
Ci sono dei casi in cui neanche un giuramento aiuta.
Questo, Biagini,  uno di quei casi. Sono spiacente.
Non ci crede?! Ora chiamo la mia mamma e se lo fa
dire da lei!
Chiaro che l'insolente (in quanto tale) non si limita al
verbo, ma passa all'azione: estrae dalla tasca del jeans il
suo cellulare (ovviamente acceso nonostante un divieto
ministeriale firmato Giuseppe Fioroni), digita il numero
della genitrice e, sordo alle mie rimostranze ormai surriscaldate,
lascia tubare l'attrezzo restando disinvolto in attesa
di risposta.
Ricapitolando, in un colpo solo, costui: a) non ha rispettato
le consegne; b) ha risposto sfrontato all'insegnante
contrariata; c) ha tenuto il cellulare acceso entro le scolastiche
pareti; d) ha fatto uso sfacciato di suddetto cellulare
nonostante l'ingiunzione a non farlo; e) ha interloquito
comodamente con la madre (Mamma, quella di Storia
non crede che ho finito l'inchiostro della stampante: diglielo
te!) la quale non ha pensato di porre una pi che
giustificata domanda (Cosa diavolo fai col cellulare acceso
a scuola?!).
Difficile, in casi come questo, riuscire a mantenere un atteggiamento
compassato.
Non riuscendoci, mi abbandono a un urlo cacofonico
all'interno del quale sono comunque udibili le cinque parole
di una frase di tipo vocativo: Biagini, ti porto dal preside!.
Ammetto che, pur conscia dell'insolente natura del mio
interlocutore, non m'aspetto la risposta che invece mi giunge
puntualissima: No, professoressa: sono io che porto dal
preside lei.
Per molto tempo mi sono chiesta che cosa abbia fatto credere
a Roberto Biagini di potersi spingere tanto oltre.
La risposta  giunta una mattina di giugno, a una manciata
di giorni dalla fine della scuola, quando nell'atrio centrale
dell'istituto l'ho visto parlare animatamente con una
donna, magra e spigolosa come lui. Passando loro accanto,
ho colto frammenti di conversazione (Mamma, che cazzo
ci fai qui?!, Sarei venuta a parlare con i professori..., Levati
subito dai piedi!, per precisione cronachistica), ho dedotto
l'identit della signora (che non si era mai presentata
al mio cospetto) ed elaborato diffuse considerazioni, grazie
alle quali tutte le mie domande sull'insolenza dell'insolente
hanno trovato immediata risposta.
Immagino che a questo punto il lettore desideri conoscere
l'epilogo dell'episodio narrato sopra.
Roberto Biagini fu spinto fuori dalla classe, lungo i corridoi,
in fondo alle scale e davanti alla porta del preside dalla
forza d'urto delle onde sonore emesse dal cavo orale della
scrivente. Pochi passi prima della soglia, costui ebbe un
crollo emotivo, abbass i freni inibitori e si abbandon a un
dirotto pianto nel quale, tra rivoli di lacrime e fili di moccico,
incastr le parole: Basta, la prego, smetta di urlarmi
in faccia, la prego e ottenne il consenso a un pacifico
confronto, culminato in un accordo, basato sulla promessa di
un nuovo, reciproco rapporto.
La porta del preside rimase chiusa.
Per il resto dell'anno, l'insolente non fu pi insolente: fu
semplicemente (e gradevolmente) Roberto Biagini. Uno di
quei (tanti) adolescenti a cui i genitori hanno dimenticato
di insegnare il rispetto della scala gerarchica, il senso della
misura e il valore dell'educazione.
 
L'innamorato.

Quando ero ragazzina io, andava cos.
Lui mi piaceva. E a lui piacevo io. Prima di tutto questa
notizia faceva il giro degli amici e quando arrivava agli orecchi
miei e suoi, era gi passato un mese. L'avvicinamento
era graduale e verbale. Ci si frequentava prima tutti insieme,
in banda, e si consumava il pav della Via Maestra
strusciando i piedi in terra in su e in gi, incrociando le stesse
persone a serate intere. L'avvicinamento fisico era lento,
a volte proporzionalmente inverso al livello di attrazione:
pi ci si piaceva e, per un misto di pudore e di imbarazzo,
meno ci si avvicinava.
Poi, un giorno (ma potevano essere passate mille altre
settimane), per certe leggi della fisica che non era dato di
comprendere, ci si ritrovava accanto.
Di l a poco, ci si sorprendeva soli, perch gli amici (tutti
Cyrano ma senza il naso lungo) s'erano nascosti o avevano
improvvisamente invertito il senso della "vasca" lungo
il corso Italia.
Nel suono ovattato che assumono i contorni delle cose
quando ci si sente innamorati, chiara giungeva una domanda:
Ti vuoi mettere con me?. Era lui che lo chiedeva a me,
passandomi la patata bollente della risposta.
La risposta del resto era stata gi da tempo meditata ed
elaborata, come le parole da adoprare, scelte con cura e pazienza
lessicale. S dicevo infatti.
E la cosa era fatta.
Si stava insieme.
Il che voleva dire: ricominciare gradualmente a parlarsi,
passarsi a prendere a casa, ma anche trovarsi direttamente
in paese, continuare a stare con gli amici, ma preferibilmente
appartarsi in pineta o nel viale per lunghe, passionali
pomiciate.
Prima senza lingua.
Poi con.
Macch, profe! Oggi non si fa mica pi cos!
Ah no?! E come si fa?
Oggi quando ci piace un ragazzo si spera che ci chieda
di uscire. Se non lo fa lui, lo facciamo noi, per esempio
mandandogli un messaggino con la scritta "Tu mi garbi!".
Quando si esce, ci si bacia. Subito.  necessario, profe.  indispensabile.
Perch solo baciando una persona si capisce
veramente se quella persona va bene per noi e se ci piace
davvero. A volte pu capitare che ci crediamo innamorati
di qualcuno, che ci piaccia da morire, poi per dopo averlobaciato non sentiamo nulla, anzi, improvvisamente non
ci piace pi. Per cui lei capisce bene che sarebbe un errore
mettercisi insieme prima.di essersi baciati almeno qualche
volta. Cos si esce e ci si bacia, si esce e ci si bacia, si esce e
ci si bacia diciamo quattro o cinque volte, e solo allora ci
si mette insieme. Il che non  scontato perch ci sono tanti
ragazzi che ti fanno uscire e ti baciano, ti fanno uscire e
ti baciano, ti fanno uscire e ti baciano, e poi si mettono con
un'altra con cui nel frattempo erano usciti.
Cosa li scrivete a fare, tutti quei libri sui comportamenti
dell'adolescenza e sulla trasformazione dei tempi? Parlare
coi ragazzi vale molto, molto di pi. E anche ricordarsi di
come ci sentivamo noi, quando avevamo la loro stessa et
e c'innamoravamo.
L'innamorato smette di mangiare e, sebbene di giorno
sembri caricato a molla, dorme molto meno. Ne consegue
che egli ha pi difficolt a concentrarsi e a scuola spesso cola
a picco nel giro di poche settimane. Sia che l'amore provato
sia ricambiato o che rimbalzi al mittente, l'innamorato
al momento ha altro a cui pensare e di libri, interrogazioni
e professori gliene importa il giusto, cio niente.
Del resto, chi se ne intende sostiene che l'amore  costruito
da diverse aree del cervello: certo, il motore immobile
da cui tutto parte  l'aspetto esteriore dell'oggetto
amato, la bellezza, ma nel sentimento d'amore vero e proprio
entrano in gioco altre regioni del cervello quali il nucleo
caudato e i solchi fusiforme e angolare della corteccia.
Questo per dire che quello che turba i nostri ragazzi non 
cosa da poco, n da sottovalutare.
Anche perch, tra tutte le fasi anagrafiche che l'essere
umano attraversa, ammettiamolo, non ne esiste un'altra
pi cazzuta dell'adolescenza, e gli esperti dicono che
l'amore adolescenziale, per quello stato di disordine della
testa e dell'umore che si trascina dietro, assomiglia parecchio
alla malattia mentale.
Ora, quando si va a parlare d'amore, la distinzione tra i
due sessi si fa irrinunciabile.
Negli anni della scuola superiore una ragazza d pappa e
ciccia a un suo coetaneo maschio in fatto di dinamiche amorose,
corteggiamenti, acchiappi, abbandoni e corna. Anche
nel caso in cui lui sia preceduto da reputazione di sciupafemmine,
viveur e dongiovanni, non c' storia: qualunque
donna, qualora voglia, se lo rigirer come un calzino.
E infatti c'era questo Michele Paolicchi, in una scuola
dove insegnavo: non molto alto, non troppo bello, non particolarmente
diligente ma insomma tutti sei, eppure intriso
d'innegabile carisma e sintomatico mistero. Se non pieno,
certamente era sicuro di s: percorreva gli infiniti corridoi
dell'istituto con le sue gambette da calciatore, due parentesi
tonde e mobili lungo un piano che sembrava infinito,
e dagli occhi azzurri lanciava dardi spietati alle pischelle.
Tutte pi alte, pi belle e pi diligenti di lui. Eppure era lui
che si giravano a guardare, tutte quante. Perch lui c'aveva
quel sorriso sornione del vissuto gi da diciottenni. Lui
si fermava a parlare con loro, le vezzeggiava, le spettinava
un po', le prendeva in giro come quello che disprezza e
compra. Poi, felpato e arcuato com'era arrivato, se ne andava,
l'iPod in un orecchio solo, lo zaino viola sulle spalle.
Fidanzarsi, per carit. A lui piaceva pasturare. Piluccare.
Pizzicare l'uva insomma. Un chicco da un grappolo, uno
da un altro. Poi un giorno (mannaggiallui) si ferm a spettinare
lei, che aveva gli occhi come la Naia di Simba, leggermente
obliqui e tutti ciglia, da cerbiatta. Fu la sua disfatta.
Lei si finse timida, all'inizio. Quasi schiva. Pudica.
Gioc alla caccia e accett d'interpretare il ruolo della preda.
Michele Paolicchi, che in quella fase ebbe a nomarsi The
Hunter, combatt per conquistarla a suon di fiori e frasi retoriche
sbombolettate sul marciapiede della scuola. E vinse.
Ma avrebbe scoperto ben presto che la sua vittoria era
solo sulla carta. Nella realt, chi aveva vinto era occhi di
cerbiatta, la quale nel giro di poche settimane s'impossess
del coltello, lo afferr per il manico e ridusse quel ragazzo
nella derelitta ombra di se stesso.
Ma non era su questa storia in particolare che intendevo
richiamare l'attenzione. Piuttosto, su quanto l'amore rappresenti
un'esperienza devastante per un adolescente e di
quanto la tipologia genitoriale che egli ha ricevuto in dotazione
dalla vita influisca nel suo modo futuro di procurarsi
l'amore. Sempre i soliti studiosi colti sostengono infatti che
la relazione precedente che ci prepara al rapporto amoroso
 proprio quella con i nostri genitori: se quando siamo ragazzi
essi ci sostengono e ci trasmettono il prezioso senso
della sicurezza, il nostro stile d'amare ne sar beneficiato.
Viceversa, ci sentiremo scomodi e inappropriati.
E ora bisognerebbe andare a fare un discorsino con la
mamma del Paolicchi.

 Il bugiardo.

Chi sceglie il mestiere che ho scelto io, di cadere in un tranello
dopo l'altro di bugie deve metterlo in conto. La voce
"provare a fottere il professore" figura tra le pi rappresentative
del contratto stipulato dagli studenti.
Ma io no, io non ci casco. Sono furba, io. E mica dormo,
quando siedo alla cattedra. Tz. Io controllo. Io vigilo. Io
m'informo. Io mi aggiorno. E quindi prevedo. Perch so.
So per esempio che i ragazzi, se hanno un lavoro di ricerca
da fare, scaricano lo scaricabile da Internet, copincollano
ogni ben d'iddio, gli danno un'aggiustata, una riformattata,
levano i link (i pi pressappochisti ce li lasciano addirittura),
scrivono il loro nome, cognome, classe, sezione, anno
scolastico e hanno il coraggio di propinartela con il pretenzioso
nome di "tesina".
So anche che, grazie alle diavolerie elettroniche di cui
possono disporre, non hanno pi bisogno di trascriversi
paginate di storia sugli avambracci, formule di matematica
su pizzini da incollare alla calcolatrice, regole grammaticali
d'inglese da incastrare tra le definizioni del dizionario
monolingua. Come so che spippolano messaggini col
telefonino padroneggiando alla cieca la tastiera mentre lo
tengono silenzioso nella tasca del giubbotto e col faccino
fanno ss a me che, ispirata, spiego le conseguenze della
caduta del muro di Berlino.
E so che, bench i tempi siano mutati e le furberie si siano
fatte raffinate, le vecchie scuse della nonna che sta male,
del gatto morto e della caldaia esplosa per giustificarsi da
un'interrogazione impreparata non sono ancora cadute in
disuso ma al contrario conservano l'intramontabile fascino
del vintage.
Tutto questo mi porta a vivere in un perenne stato di tensione,
occhi sgranati e antenne ritte, allo scopo di non farmi
infinocchiare da quella ventina di infide volpi che ogni giorno
trovo ad attendermi nelle classi in cui vado a far lezione.
Ecco, io per devo essere sincera, con Marco Pagani mi
rilasso. Marco Pagani, con il viso aperto e chiaro, con i capelli
al naturale distesi sulla calotta cranica e non sparati al
creatore duri di gel, che ne so, mi tranquillizza. Marco Pagani
fa la seconda liceo, ma  cos piccino che vedendolo per
strada diresti che va ancora alle medie. I braccni a stecco,
i jeans vuoti, l'espressione di fanciullo, e quel dente scheggiato
dei bimbi che ancora giocano a pallone nel cortile e
si tuffano in una parata, che fanno le gare in bicicletta e cadono.
Marco Pagani in classe sparisce, risucchiato dall'altezza
e dal vocione dei compagni, tutti pi sviluppati e pi
scafati di lui. Povero Marchino.
Che poi c'ha sempre quel visuccio pallido a impensierirmi,
e quelle occhiaie un po' sospette, ultimamente.
Cos Posso parlarti in privato? gli domando un giorno
in cui sono costretta ad ammollargli l'ennesima insufficienza
che non so spiegarmi.
Lui sbianca, si accartoccia, e dice s.
Soli nel budello scuro del corridoio, vado subito al punto
e gli chiedo che succede, a cosa  dovuta questa inarrestabile
perdita di colpi, uno dietro l'altro, un giorno dopo l'altro.
Eh... esordisce lui con un sospiro.
Eh cosa? insisto, e lo esorto ad aprirsi, gli dico che di
me si pu fidare, che se qualcosa non sta andando per il verso
giusto, poich siamo a dicembre, siamo ancora in tempo
a porre rimedio, a recuperare. E mi abbandono a un ispirato
pistolotto sui benefici di un onesto rapporto discente-
docente, sul nuovo ruolo che deve avere la scuola, non pi
mera trasmissione dei saperi ma occasione di crescita personale
grazie alla presenza di tutti gli altri individui che la
costituiscono e la popolano.
Marco Pagani adotta postura, espressivit e gestualit del
povero tapino, e vuota il sacco. Tutto intero. Tutto insieme.
Mi dice che la faccia smunta  da imputare alle sue notti
insonni, le quali sono da ricondurre alle sue preoccupazioni,
le quali sono da motivare con i numerosi problemi
che ha a casa.
Quali problemi?
La nonna sta male. Malissimo. Ha le ore contate e un piede
gi dentro la fossa. Per cui la mamma  costretta a farle le
nottate, trascurando la famiglia. Quando lui torna da scuola
non trova mai nessuno ad aspettarlo, il pranzo  per lo pi
freddo, cucinato la sera prima in fretta e furia, la casa deserta.
La prospettiva quotidiana  un lungo pomeriggio di eremitismo
coatto, a cui pone fine solo suo padre, che alle quattro
lo chiama a bottega affinch vada a dargli una mano. I Pagani
hanno una macelleria e, ora che la madre  impegnata
con la nonna, il padre da solo non riesce a far fronte a tutto
il lavoro, per cui chiede (in realt, professoressa, impone)
al figlioletto di raggiungerlo e di stargli vicino.
E i compiti?
I compiti si fanno sullo sgabello vicino alla cassa, tra uno
scontrino e l'altro, ma di fretta, approssimativamente e (lo
ammetto, professoressa) con una certa superficialit, che
poi divampa alle interrogazioni. Ma del resto, come si fa a
ripetere a voce alta Federico II di Svevia a bottega, con le
donnine che entrano, escono e chiacchierano?
 vero. Ha ragione Marco Pagani: come si fa?
E, scandalizzata dal racconto, mentre chiedo a me stessa
come si fa a pretendere tanto da un ragazzino il cui primo
e unico impegno serio dovrebbe essere la scuola, m'inviperisco
mentalmente contro questo babbo scandaloso, contro
questa famiglia che non si sa organizzare, che non sa rispettare
le priorit e i diritti dei minori.
E prometto tutto il mio aiuto, assicuro tutto il mio sostegno,
giuro tutta la mia disponibilit a concedere i tempi necessari
al recupero delle insufficienze, e mi pento, mi pento,
mio Dio come mi pento, di tutti i quattro che ho scritto
sul registro lungo la linea orizzontale corrispondente a Pagani
Marco.
Due mesi and avanti, questa pantomima.
Un giorno mi si present davanti un uomo con il viso
aperto e chiaro, coi capelli al naturale distesi sulla calotta
cranica. Era il padre di Marco Pagani.
Come vanno le cose a casa? fu la prima domanda che
gli posi.
L'impalcatura di menzogne costruita dal figlio si sbriciol
sotto la perplessit del padre (Quali cose?!), la verit si
mostr nuda e crudele qual era: non c'era nessuna nonna
moribonda, nessun pranzo freddo, nessun pomeriggio di
solitudine forzata n di sfruttamento del lavoro minorile.
La notte dormivano tutti e tre a casa e tutti e tre beati (Marco
addirittura russava come un Same in salita). Il visuccio
bianco e le occhiaie erano dovuti a una forma congenita e
comunque non grave di anemia.
Per fortuna l'equivalenza "dimmi chi sei, ti dir che genitore
hai" non  cos scientifica e a volte si trovano padri
disposti a schierarsi non contro, ma a fianco del docente,
non per il danno, ma per il bene dell'adolescente che li
ha fatti incontrare, intrecciando per uno scampolo di vita
i loro destini.
Marco Pagani ebbe in famiglia una punizione esemplare.
Io gli vietai di rivolgermi la parola per il tempo che ci restava
da passare insieme e spinsi in fondo, laggi, pi in
fondo possibile la tentazione di perdonarlo e farci pace che,
ogni volta in cui incrociavo i suoi occhi liquidi di fanciullo,
mi attanagliava, straziandomi.

 I prigionieri.

Parlo dei ragazzi e delle ragazze che in casa dicono: A
scuola? Tutto a posto e non  vero niente.
La scuola di cui parlano  l'universit. Lettere e filosofia,
Economia e commercio, Ingegneria, Scienze politiche,
Giurisprudenza. Ho dato sedici esami, ne ho dati ventuno,
me ne mancano due, sono a meno quattro, sono in pari col
semestre, alla prossima sessione mi assegnano l'argomento
per la tesi. E invece non  vero niente.
A mentire cominciarono quel giorno, quello dell'appello di febbraio. O di aprile? O di giugno? Avevano l'esame,
la notte prima dormirono poco, di casa uscirono dopo aver
consumato una colazione che sembr loro di non meritare.
Salutarono sperando di non essere visti n sentiti, invece la
madre li accompagn alla porta e li stette a guardare mentre
la spirale delle scale li risucchiava al pianterreno con la
borsa tracolla e le dispense dentro.
La citt quella mattina parve loro di una bellezza quasi
offensiva, il sole cos'era sorto a fare, lo stomaco spinse in
bocca un rigurgito d'acido, la testa fischiava.
In facolt c'era sempre troppa gente, all'uscio della stanza
dell'esame un foglio sgualcito accoglieva i candidati in
un ordine numerico che alloggiava meglio chi prima era arrivato.
Fu il loro turno, si presentarono davanti al professore,
c'era anche l'assistente, misero una firma sul verbale,
trattennero il fiato alla prima domanda, il fiato anche alla
seconda. Dopo la terza non ce ne furono altre, furono esortati
a ritentare, salutarono gentili, se ne andarono.
La testa ronzante e le gambe che camminavano da sole,
una volta fuori pensarono che in fondo non era andata cos
male, in fondo si poteva riprovare, bastava studiare un po'
di pi e farsi coraggio, magari torno a casa e non dico niente,
tanto fra un mese c' l'appello nuovo e di sicuro ce la faccio.
A casa dissero "ventiquattro", "ventuno", "ventisei", numeri
medi quindi onesti, "un po' pochino" commentarono
i padri, "mann va bene" corressero le madri, la coscienza
rimordeva, addentava la bocca dello stomaco e faceva
male, ma a conti fatti non era stato poi cos difficile, una
bugia, una sola, quella volta, e gi la volta dopo avrebbero
posto rimedio.
Invece quella di quel giorno fu la prima di una lunga serie
di bugie, una catena di menzogne che prese ad allungarsi
crescendo di anelli sempre nuovi, ricercati e ricchi di particolari.
Fandonie inedite ad ogni appello, frottole creative,
credibili panzane, fole elaborate, mentre il catenaccio d'invenzioni
gli s'infrenava intorno e li immobilizzava lentamente,
un giorno dopo l'altro, fino al giorno (annunciato)
della laurea. Quando le famiglie si mobilitano per organizzare
la festa meritata, quando gli amici prenotano dal
fioraio il mazzo col tralcio d'alloro intorno. Quando loro,
i protagonisti, i prigionieri, prigionieri di se stessi, escono
di casa per non farvi pi ritorno.
Ho conosciuto un prigioniero di se stesso. Era un ragazzo
molto piacevole, intelligente e compagnone. Un animale
sociale. Si iscrisse all'universit e all'insaputa di tutti
entr nel vicolo cieco. La sera precedente alla discussione
della tesi di laurea prese la macchina e and a fare un giro.
Le mani sul volante lo portarono verso la montagna. Segu
i tornanti e giunse in cima, all'ultimo belvedere da cui si
dominava la vallata. Forse pens che era in trappola. Forse
si sent finito. Cos invert la direzione e imbocc la strada
del ritorno. Ma tratt una curva a gomito come se fosse
stata un rettilineo e vol nello strapiombo. Quando i mezzi
di soccorso e le forze dell'ordine trovarono il suo corpo
decomposto e smangiucchiato dalle volpi, i suoi familiari
avevano gi scoperto che per il giorno successivo a quella
tragica sera non era in programma nessuna discussione di
nessuna tesi e che, piuttosto, c'era ancora una lunga lista
di esami da superare.

 La depressa.

La statistica ci dice che, in tema di depressione adolescenziale,
il piatto della bilancia pesa di pi dalla parte delle
femmine. Non che i ragazzi siano immuni dal male oscuro,
per pare che la componente possa dirsi addirittura innata
nelle ragazze.
E pensare che Freud e i primi psicanalisti con lui, l'adolescenza
come fase della vita in cui cercare una spiegazione
a certi comportamenti dell'et adulta, la saltarono a
pi pari. Per loro era l'infanzia lo scrigno con tutti i tesori,
ossia le risposte di cui avevano bisogno per curare la malattia
dell'individuo adulto.
Oggi invece si  capito quanto l'adolescenza sia determinante
quando si voglia capire e, conseguentemente, curare.
 nell'adolescenza che si sviluppa il cosiddetto "senso
dell'io", una specie di tabella di autovalutazione programmata
per in base al proprio rapporto col mondo esterno,
in base alla risposta sociale che riceviamo a seguito dei nostri
comportamenti.
Quando una bambina esce dall'infanzia e spalanca la porta
dell'adolescenza, fa l'immediata conoscenza della Signora
Autoanalisi. Donna austera, severissima, inflessibile, non
disposta a sconti, la Signora Autoanalisi insegna alla ragazzina
la pratica dell'introspezione, presentandogliela come
viatico per la maturazione emotiva, della consapevolezza
di s e, dunque, della felicit.
E sarebbe cos, se quasi tutte le ragazzine del mondo non
scambiassero l'introspezione per una droga, diventandone
immediatamente dipendenti e facendone sconsiderate,
quotidiane overdose. Assunta in dosi massicce, oltretutto,
l'introspezione porta all'autocritica pesante, alla non accettazione
di s, quindi alla depressione, quella che annienta
e riduce in stracci.
Eccole l, annientate e ciondoloni come cenci stesi ad
asciugare al sole, le depresse.
Si afflosciano sul banco e credono che il sonno esista solo
per perseguitarle. Mai erette e padrone della loro colonna
vertebrale, assumono posizioni sbilenche, oblique, storte,
scambiano il braccio per lo stipite di una porta e ci si appoggiano,
ci si abbandonano. Ma il braccio non regge, e lentamente
cede insieme a loro. Dopo la prima ora, il busto giace
in tralice sul banco e soffoca il libro di letteratura aperto (ti
pareva) al capitolo su Giacomo Leopardi.
A voler fare un discorso meramente estetico, direi che le
depresse ce l'hanno scritto in faccia che lo sono. Bianche e
macilente, rifiutano l'opzione cosmesi. Se si truccano, lo
fanno con l'evidente intento di peggiorare una situazione
gi di per s poco felice. La scala cromatica in cui al mattino
tuffano il pennellino in lattice contempla solo le tonalit
del livido. Il fard lo aborrono per quel fastidioso senso
di benessere e salute che rievoca. La bocca perde i contorni
e sparisce nel pallore uniformato del viso; occasionalmente
vira al viola.
Se fosse Leopardi a descriverne una, direbbe che "non
compagna, non vola, non si cal d'allegria". Infatti la tragedia
personale della depressa  aggravata dalla repulsione
sociale che suscitano gli appartenenti alla sua categoria. I
depressi raramente stanno simpatici, cos, in generale. In
particolare gli adolescenti, tutti impegnati nella ricerca della
propria felicit, provano una vera e propria irritazione
nei confronti di chi si abbatte e si nega alla vita vestendo
il broncio dalla mattina alla sera. Cos nel migliore dei casi
lo ignorano, ridacchiandogli un po' dietro mossi da una facile
ironia. Nel peggiore dei casi lo vessano. Da quando ha
fatto irruzione sulla scena il cosiddetto "emo", lo ghettizzano,
per lo pi schifandolo.
Alice, perch porti gli scaldamuscoli per le braccia anche
dentro l'aula? Non senti come si soffoca di caldo? chiedo
a una mia alunna.
Profe! Shhh...! Non vede che Alice ... emo? trasalgono
le sue compagne.
Sinceramente no, non vedo, per cui capisco che mi devo
fare una cultura e scopro che, riferito a un genere musicale
inizialmente compreso all'interno del punk-rock e poi
estesosi anche alle sonorit melodiche orientali dell'indie e
dell'altemative rock, il termine "emo" (nella dicitura completa
"emo-core") oggi come oggi con tutto questo c'entra
poco, perch  diventato pi che altro un fenomeno di tendenza,
in particolare fra gli adolescenti che non si sentono
granch in forma e che esteriorizzano il loro malessere scegliendo
un look eloquente.
In questo senso, il ciuffo obliquo, foltissimo e coprente aiuta
a nascondere il pi possibile la faccia, i colori tetri a far intendere
con che tipo umorale si ha a che fare e gli scaldamuscoli
per le braccia a occultare i tagli che gli emo avrebbero
l'abitudine di procurarsi sulla parte finale degli arti superiori.
Si tagliano da soli?!
E mi viene detto che s, si tagliano da soli per ostentare
la loro depressione, per comunicarla al mondo. Ma il mondo,
spietato com', un po' li commisera e un po' li sfotte.
Pi che alle reazioni del mondo, per, sarei interessata
a quella delle famiglie: come gestiscono una emo, quei genitori
che se la ritrovano per figlia? Si limitano a bollare di
stranezza il suo aspetto? Ne fanno una questione di moda,
di rituali giovanili, di maschera d'appartenenza? Si fermano
davanti al muro di silenzio costruito dalla ragazza? Minimizzano?
Aspettano che passi? Oppure s'interrogano,
consultano, agiscono?
Io con Alice decisi di agire e, visto che lei (quando la
chiamavo esplicitamente in causa) mi parlava con un filo di
voce badando bene a non guardarmi negli occhi, decisi di
fare come Maometto: ogni volta che la interrogavo mi spostavo
dalla cattedra e trascinando la sedia fino al suo banco
mi sedevo di fronte a lei. Presi a sussurrarle le domande
come un prete nel confessionale e lei a rispondere piano
come una peccatrice pentita. E usai la scrittura per raggiungerla
davvero. I titoli dei temi che assegnavo mi servivano
per abbattere il suo muro e conoscere i segreti che le davano
il tormento: il trasferimento da Shangai a Firenze, l'incomunicabilit
iniziale dovuta a una lingua ignorata e astrusa,
la solitudine in una famiglia dove i genitori lavoravano
di giorno e anche di notte, il disprezzo preconcetto manifestato
da parte di molti coetanei, l'impossibilit di farsi conoscere
e apprezzare, il rifugio consolatorio nei manga disegnati
in autobus, l'iPod da tenere sempre addosso come
una protesi all'orecchio.
Nell'ultimo tema Alice scrisse che due erano i ricordi
positivi che avrebbe conservato, di quell'anno di scuola: al
nome di Giacomo Leopardi seguiva, pur per motivi differenti,
il mio.
Negli ultimi giorni di lezione la sorpresi pi volte a guardarmi
sorridendo.
Mi chiesi se i suoi genitori avessero una percezione del
percorso effettuato da quella ragazza, se ne cogliessero gli
impercettibili ma significativi mutamenti.
Furono domande destinate a rimanere prive di risposta,
perch io, i genitori di Alice, non li conobbi mai.

 Il secchione.

Per un'appassionata d'etimo come me, andare alla ricerca
della derivazione lessicale della parola pi abusata nelle
scuole  stato pi un dovere che una necessit.
Il Devoto-Oli liquida la questione rimandandomi a un
pi comune "sgobbone"; lo Zingarelli mi fornisce anche
l'alternativa "secchia" definendoli entrambi termini familiari
e, a ben guardare, spregiativi. Immagino che la Rete
sia disposta ad allargarsi un po' di pi e sulla barra bianca
di Google digito "secchione". E infatti.
Il wikidizionario (fratellino dell'arcinota wikipedia) mi
dice "chi prende voti alti studiando molto e non ha una vita
sociale" e mi spiega che "la parola deriva da segin, lemma
svizzero che vuol dire studente modello". Pare che questo
termine prima di tutto derivi dal latino classico situla, contrattosi
poi in sicla nel latino parlato. Il legame tra l'oggetto
materiale e il concetto astratto farebbe pensare all'alunno
che va continuamente a riempire il proprio secchio al
pozzo della scienza, ma potrebbe ricondurre anche al verbo
sgamela' (sgobbare, lavorare molto), che a sua volta fa
pensare a gamella, il recipiente per il rancio dei soldati e, per
estensione, al segin, una gamella pi capiente.
La dissacrante nonciclopedia, invece, me ne fornisce natura
(" un animale presente in tutte le scuole per la felicit
dei bulli e delle prof"), segni distintivi ("piange se prende
9,9999 anzich 10", "aria da zombie", "cartella pesante perch
lui porta sempre tutti i libri, non come certi"), distribuzione
geografica ("in ogni classe ce n' come minimo uno,
come massimo troppi") e hobby a cui si dedica ("latino",
"glottologia", "origami", "sudoku ma difficili").
Io per non ho bisogno di vederle scritte, certe informazioni.
Io coi secchioni ci sono nata, cresciuta e anche per non
dovermene separare ho scelto di fare l'insegnante. E di secchioni
dunque ne ho conosciuti a bizzeffe, tanto che posso
permettermi di fare una distinzione che trovo moralmente
doverosa tra il secchione maligno e il secchione provvido.
Il secchione maligno, esemplare numericamente pi diffuso
nelle scuole d'Italia, gongola per i successi propri e gode
dei fallimenti altrui, che tenta di favorire con infidi atti da
infimo attore. Egli dichiara puntualmente di non aver studiato
e se prima di un compito gli chiedi qualche chiarimento
finge di non sentire o te lo d sbagliato. Una volta
consegnata la verifica assume aria contrita per dire "ho sbagliato
tutto, una catastrofe, una vera Caporetto, devo proprio
aver perso la trebisonda", ma se un compagno gli domanda
"chiccazzo sono codesti Caporetto e Trebisonda?!",
non perde l'occasione di tacciarlo d'ignorante e mortificarlo
per tutto l'intervallo insultandolo sostenuto da altri secchioni.
Esprime tutta la sua malignit collaborando con i
professori alla raffinata arte d'individuare i copioni, ch'egli
indica a dito non appena li scorge. Inutile cercarlo con gli
occhi quando si  alla lavagna per un'interrogazione perch
il secchione maligno simuler sempre di essere attratto da
un panorama che a causa di una precoce cecit da prolungata
permanenza sopra i libri non mette neanche a fuoco.
Sconsigliabile cercarlo soprattutto nei pomeriggi
extrascolastici visto il suo carisma nullo e il livello di noia a cui conduce
la sua compagnia, al posto della quale merita di gran
lunga una sana e consapevole solitudine.
Appartiene alla categoria del secchione maligno,
rappresentandone un sottogenere interessante da studiare, il ruffianello.
Comunemente detto anche "schifoso leccaculi", il
ruffianello  diventato tale perch in casa gli  stato insegnato
che leccare (appunto) bassi fondoschiena gratifica,
paga, e conduce a un successo nove volte su dieci assicurato.
Con ogni probabilit, il babbo o la mamma del ruffianellosono a loro volta ruffianelli che hanno risalito la scaletta
sociale grazie ad apprezzamenti adulatori che erano ben
lungi dal pensare veramente. Nella famiglia del ruffianello
si fa puntuale buon viso a ogni cattivo gioco in cui s'incappi,
si mascherano giudizi veritieri dietro un'affannata simulazione
e ci si dedica a una strenua operazione da teatranti.
Quando (raramente) ci si sente quella che la signorina
Silvani chiamava "una merdaccia", si spinge in fondo alla
coscienza la spiacevole sensazione e si va avanti, forti dei
motti Show must go on, "Il fine giustifica i mezzi" e "Per i
sinceri non c' paradiso". Analogamente ai suoi genitori,
il ruffianello giocher con astuzia tutte le sue carte pi untuose
e sudaticce per pervenire allo scopo prefisso: trovandoci
in ambiente scolastico, il quieto vivere per nove mesi e
la promozione assicurata. Non ferma il ruffianello nemmeno
il disprezzo dichiarato dei compagni, che lo copriranno
di infamie (tra le pi rivoltanti, "pulisciti la bocca, sei sporco
di marrone"), lo isoleranno, lo ghettizzeranno, e faranno
di lui un oggetto di scherno, ma non riusciranno ad annientarlo.
Il mondo (purtroppo) preferisce premiare chi sa
vendersi meglio: alla fine dell'anno il ruffianello passer a
giugno, coloro che hanno lasciato trasparire i loro veri sentimenti
nei confronti di questo o quell'insegnante, verranno
rimandati perch, oltre che fannulloni esattamente come
il loro compagno istrione, sono stati personaggi scomodi.
Quando invece il secchione  provvido, averlo in classe si
rivela una fortuna.
Chiara Innocenti era il cuore, il mastice, l'ago della bilancia
in mezzo ai suoi compagni. Era ogni giorno preparatissima
in tutte le materie e in pari con i compiti assegnati.
A lezione seguiva, concentrata e diligente, evitando di distrarsi.
A casa, assai semplicemente, studiava. Le sue pagelle
facevano impressione, i suoi voti non erano mai scesi
sotto l'otto. Avremmo potuto definirla una secchiona e tagliarla
corta l, ma la discrezione e la modestia di quella ragazza
ce lo impedivano di fatto. Ai compiti Chiara, pi che
suggerire, aiutava. Nelle discussioni in classe si schierava.
Nelle relazioni si metteva in gioco e ci scommetteva. Per,
che ci poteva fare, studiava tanto volentieri, e s'innamorava
dei poeti, e si lasciava avviluppare dagli intorti filosofici,
e ci rimuginava anche da sola mentre portava il cane a pisciare,
e si preoccupava dei compiti e delle interrogazioni,
e capiva che il suo destino se lo stava costruendo allora, in
quel momento, con quelle rinunce e con quei sacrifici, e intuiva
che meno ignorante fosse stata e pi felice si sarebbe
sentita, e percepiva che avrebbe avuto una vita consapevole
solo se si fosse fatta il mazzo su quei libri dove erano
scritte le uniche verit a cui vale la pena credere. Come le
ricordavano ogni giorno suo padre e sua madre, fermi e solidali
accanto a lei, per sostenerla.

 L'invisibile.

Se l'insicuro stenta a rispondere all'appello, se l'ansioso d
voce alle proprie paure defecandosi addosso, se il tracotante
fa carte false per guadagnarsi la scena, se il secchione alza la
mano perch sa la risposta, se l'impudica la alza per sventolare
il lines, l'invisibile passa le mattinate a scuola a fingere
di non esserci.
Perch lo hanno generato? Perch lo hanno dotato di un
corpo? Perch, poi, proprio di quel corpo? Perch lo hanno
iscritto in quell'istituto? Perch deve trascorrere il suo
tempo in mezzo agli altri? Questo si domanda ogni mattina
l'invisibile, mentre varca la soglia dell'aula e strenuamente
tenta di non farsi notare.
Giovanni, buongiorno.
Difficile non notare Giovanni Bonciani, un metro e sessantacinque
per un centinaio di chili (di cui almeno trenta
in esubero) di carne umana flaccida cellulitica e cadente,
distribuita con disarmonia intorno a uno scheletro soffocato
dall'adipe.
Giovanni si muove lentamente, procede un po' curvo,
ma non in avanti, di parte, un po' per il peso dello zaino
appoggiato su una spalla sola, un po' per uniformarsi alla
direzione del ciuffo dietro cui inizia ogni giorno l'operazione
di occultamento. E cos rimane storto anche quando
lo zaino se l' fatto scivolare lungo il braccio per versarlo
sopra il banco. No, non  un emo, Giovanni. Giovanni 
uno che vorrebbe proprio dissolversi, vorrebbe non esserci
proprio, non avere sostanza, non esistere.
Per non palesarsi, quasi non parla. Quando  costretto a
scrivere, adotta una grafia minimalista inversamente proporzionale
alle dimensioni della propria persona. Usa una
penna con l'inchiostro blu chiaro, quasi celeste, il nero no
perch si vede troppo. Un grafologo qualsiasi, interpretando
i suoi segni, leggerebbe dietro le aste troppo corte delle
"ti" e le gocce rinsecchite delle "elle" e delle "gi" esattamente
quello che Giovanni sogna da sempre: rientrare,
riassumersi, rimpicciolire. Fino a sparire. Anche le maiuscole
sono minuscole, dentro i suoi temi stinti.
Per sedersi ha scelto l'ultimo banco dell'ultima fila e per
compagna la pi filiforme di tutta la classe. Che poi non
l'ha scelta, gli  capitata, come gli avanzi di quando si tira a
sorte per fare due squadre e scontrarsi a calcetto, io prendo
lui, io lui, io lui, e alla fine c' sempre quello che non vuole
nessuno. Si vede che Laura Staderini non l'hanno voluta,
esattamente come il Bonciani, per questo sono finiti accanto,
lui straripante, lei siccitosa, entrambi con i propri evidenti
problemi di alimentazione, lui che torna a casa e svuota
il frigo, lei che non lo apre nemmeno. Loro che, nelle quattrocento
foto che ci scattiamo in gita, trovano quattrocento
modi (voltandosi, piegandosi, razzolando nello zaino, distraendosi)
per non finire mai nell'inquadratura.
Loro che hanno questi genitori ciechi sordi e muti come le
celebri scimmie: vengono ai colloqui, s'informano sui voti,
sorridono ottusi e non fanno mai riferimento alle taglie alterate
che i loro figli sono costretti a indossare, perch fingono
di non averci ancora fatto caso. Si coprono gli occhi,
si turano le orecchie, si tappano la bocca e mi fanno pensare
ai nomi dei tre primati ritratti nel santuario di Toshogu,
a Nikku, in Giappone: Mizaru, Kikazaru e Iwazaru, rispettivamente
traducibili in "non vedere il male", "non sentire
il male" e "non parlare del male".
Quei genitori che il male ce l'hanno in casa, ma preferiscono
ignorarlo.

 La ribelle.

Mi si permetta, la ribellione, di trattarla al femminile.
Il maschio che si ribella fa notizia per ne fa un po' meno,
perch sta nella sua natura svincolarsi dalla catena e cercare
una strada fuori dalle regole. Uno studente che stenta ad
assoggettarsi ai diktat della scuola in genere, dei suoi professori
in particolare,  un clich che si  visto quante volte?
Cos tante, che ormai le strategie per gestirlo e arginarlo
si sono fatte raffinate e quasi infallibili. Anche a me: datemi
un ribelle coi calzoni, e lo ridurr un agnello in meno
di un mese.
Arianna Trefoloni per metteva spesso la gonna. Sebbene
cercasse di non rievocarne l'immagine, era una ragazza
a tutti gli effetti, e spendeva ogni sua energia a ribellarsi.
Arianna si ribellava al silenzio, alla disciplina, all'ordine,
alle imposizioni. A scuola contestava i compiti, le interrogazioni,
sindacava sulla tempistica delle consegne, sull'organizzazione
del lavoro, persino sulla divisione in quadrimestri.
A casa (raccontava la sua mamma, tronfia nella sua
arrendevole ammirazione per la figlia) si ribellava a orari
e incombenze, a divieti scesi dall'alto e comportamenti socialmente
accettati. Era cos polemica che si ribellava anche
a quello che, in teoria, sarebbe potuto andarle a genio.
Infieriva infine su di s: e si ribellava ai suoi capelli serici
e lunghi che avevano il colore del chicco di caff, si
ribellava al suo incarnato di madonna fiorentina, ai suoi tratti
da personaggio di una fiaba, alla sinuosit dei suoi margini
corporei. La natura l'aveva fatta bella, Arianna. Ma lei
si ribellava anche alla propria bellezza, nell'ostinato sforzo
di corromperla.
Sicch la gonna la metteva, ma sdrucita e tutta buchi. I
capelli li teneva lunghi, ma strangolati a un cappio elastico
anche quando dormiva. Alla pelle del viso attentava fumando
un pacchetto comodo di sigarette al giorno, aveva
sforacchiato naso, sopracciglio, lingua e cartilagine auricolare
per infilarci segmenti di metallo culminanti in palline
e pietre colorate. A ridimensionare grazia e sinuosit ci
pensavano gli anfibi, incollati ai piedi anche d'agosto, calzati
slacciati e larghi, consumati storti alla suola posteriore.
In tempi non sospetti, quando la moda doveva ancora dilagare
azzerandone il messaggio intrinseco, Arianna Trefoloni
si era inzaccherata in modo perenne il braccio destro, il
polpaccio sinistro, il basso ventre fino all'affaccio sul monte
di Venere e l'attaccatura posteriore del collo con quattro
tatuaggi policromi e oggettivamente pacchiani a cui tacita
promise: finch morte non ci separi.
E poi faceva la sgraziata. Biascicava chewing-gum aggiustando
la bocca all'espressione dello sprezzo e tra una
pestata di denti e l'altra le vedevi la lingua violentata dal
piercing arricciolata a bozzolo che spingeva il bolo gommoso
rosa Big Babol verso destra, poi verso sinistra, poi di
nuovo verso destra, come una femmina stanca di cammello.
Ma tutto si poteva dire alla Trefoloni, fuorch che fosse
stanca. Fisicamente inadatta all'inattivit, Arianna versava
in un eterno movimento sia che fosse a casa, che in giro
con gli amici, o a scuola. Soprattutto a scuola.
Trefoloni, cosa fai in giro per la classe? Non segui la lezione,
oggi? Questa  l'ora di letteratura, non di educazione
fisica. Lo striscione per la manifestazione lo prepari a casa.
Riponi i pennarelli. Sputa la gomma. Non masticare a bocca
aperta. Siedi composta. Prendi appunti e per un quarto
d'ora cerca di non intervenire solo per il gusto di andare
contro. Contro cosa vai, Trefoloni? Cosa ti irrita tanto, di
Manzoni? Cosa non condividi, di Parini?
O professoressa rispondeva Arianna Trefoloni. E dentro
il vocativo scarno lasciato l in sospeso con cui ti forniva
una risposta sola per tutte le domande che le avevi e che
le avresti fatto, c'era contenuto compresso e sigillato il suo
fastidio per chi voleva almeno proporle, se non imporle, attivit
diverse da quelle a cui lei s'intestardiva a dedicarsi.
Ma poi figuriamoci se la Trefoloni si sarebbe fatta dire cosa
fare e cosa non fare da un'insegnante, da una professoressa,
da una donna. Perch si diceva insofferente ai preconcetti
e alle tradizioni culturali, per alla fine ne era vittima
lei stessa. Tollerava una rampogna da quello di matematica,
di fisica, di scienze. Ma da me non se ne parlava. A me,
che pure mi appellavo al mito a cui il suo nome rimandava
e le porgevo un filo affinch ci si aggrappasse e provasse
un po' a seguirmi, indirizzava il suo stitico o professoressa
e con quello credeva di pagarmi.
Il suo debito d'attenzione e di deferenza nei miei confronti
lo considerai saldato solo l'anno scorso, quando da
quella ragazza ruvida e graffiante ricevetti una lettera che
conteneva il racconto della sua vita successiva alla tortura
dell'obbligo scolastico e al raggiungimento dell'et maggiore.
Aveva viaggiato per quattro anni, ("Ci pensa profe?
Quarantotto mesi!"), era andata a guardare com'era fatto
il mondo ("Nord-sud-ovest-est, eh profe, come diceva quel
cesso di canzone?"), si era trattenuta dove la gente viveva di
poco ("Ah, l'india, professoressa, l'india..."), aveva messo
una radice ("A Goa sono rimasta un mese e mezzo"), due
("A Bangalore otto settimane"), poi era ripartita, famelica di
terre e conoscenze vive, curiosa di visi e nomi sconosciuti.
Aveva letto molti libri ("La Cvetaeva e la Achmatova, la
Ginzburg e le sorelle Bront"). Aveva studiato e finalmente
imparato a parlare inglese ("Glielo dica lei, alla
Giovannelli!"). Aveva fatto cento lavori e nessuno che c'entrasse
qualche cosa con quello fatto prima o che avrebbe fatto
dopo. Aveva adottato un cane ("Arturo, vedesse com'").
Aveva incontrato un uomo ("Un giorno ci vediamo e glielo
presento"). Aveva avuto un figlio ("Che storia, Lapo...").
Aveva capito che la vera ribellione era imparare a vivere
bene, a trovare la felicit anche negli impegni, nelle scadenze,
nelle regole di tutti i giorni, e che poteva, anzi doveva
attuarsi nei modi equilibrati e gentili di cui solo le donne
dispongono ("Be', quando ne dispongono, professoressa:
la classe non  mica acqua").

 Il piagnone.

In quei tre anni che trascorsi alle medie a seguito del passaggio
in ruolo, uno che in classe piangeva di continuo ce
l'avevo ma non mi faceva tanta specie: aveva undici anni,
era piccino come un cecio, fragile, indifeso e impaurito da
tutto. Specialmente dai brutti voti.
Chiss cosa ci vedeva, Cecino, dietro quella sedia stilizzata
(il 4), dietro quella pista polistil spaccata nel mezzo (il
3), dietro quella virgola appoggiata su una base (il 2). In
fondo non erano che numeri. E vero, riconducevano a valutazioni
che non potevano propriamente dirsi felici, ma
via, piangere ogni volta, in quel modo, per un'insufficienza.
Per cui quando ottenni il passaggio di ruolo e me ne tornai
alle superiori a cui avevo dedicato tutto il mio appassionato
precariato, mi sentii rinascere e disegnai nella mia
testa scenari beati dove io ammollavo votacci a destra e a
manca e i destinatari li accoglievano con l'atteggiamento
stoico che distingue il grande, vincente adolescente dal
pavido, risibile preadolescente. Finalmente mi sarei potuta
lasciar andare all'implacabile giudizio. Finalmente avrei
potuto astenermi dall'essere insegnante e al contempo consolatrice
degli afflitti, assistente sociale, mamma, tata e zia.
Finalmente avrei fatto solo quello che mi piaceva tanto: la
professoressa.
Cosa succede laggi? Cos' questo brusio?
Professoressa, il Nesi piange.
Giacomo Nesi, quarta classe sezione C dell'istituto Tecnico
per Geometri, et diciotto anni, altezza centottantotto
centimetri, peso settantanove chilogrammi, segni particolari
occhiali con lenti da correzione di miopia. Perch
Giacomo Nesi studia, non come tanti qui dentro che scaldano
solamente il banco.
Piange?!
S professoressa, guardi: piange.
E perch piange?
Eh, perch professoressa... perch, perch...
Eh, appunto, perch?
O professoressa anche lei per, su...
Insomma, me lo dite o no cosa sta succedendo?
Ah, noi glielo dobbiamo dire?! Professoressa! Il quattro
gliel'ha dato lei, mica noi!
Giacomo Nesi, classe quarta sezione C dell'istituto Tecnico
per Geometri, et quella, altezza quella, peso quell'altro,
insomma lui, il Nesi: piange. E piange perch ha preso
quattro al questionario di storia.
Giacomo,  vero quello che stanno dicendo i tuoi compagni?
...
Giacomo, vuoi provare ad alzare gli occhi e a guardarmi?
Giacomo, dimmi la verit:  successo qualcosa di grave
a casa?
...
Vuoi che usciamo un attimo nel corridoio e ne parliamo
insieme io e te?
...
La puoi anche far finita, con tutte queste domande sciocche
che vanno alla ricerca di un motivo pi profondo e strutturato
nel nome del quale valga la pena piangere: il Nesi
piange - e i suoi compagni sono stati molto chiari dall'inizio
- perch gli hai dato quattro.
Ed  perfettamente assurdo che, in un momento come
questo, tu ti ostini ad avere una risposta ragionata e articolata
da parte di quel poveretto: come puoi pretendere che
le sue repliche vadano oltre i tre puntini di sospensione?
Non vedi tu, docente algida e spietata donna, che al Nesi
per i vapori acquei prodotti in abbondanza dal suo corpo
si sono appannate le lenti da miope? Non avverti tu la fatica
che fa a respirare, da quando i muchi si sono radunati
nell'area compresa tra fosse nasali, vestiboli e atri? Non
odi i catarri che, generatisi nella rinofaringe, hanno preso
a distribuirsi equamente tra oro e ipofaringe e ora lentamente
calano puntando al condotto laringeo? E non vedi
come il disgraziato, allo scopo di rimuovere la parte pi
materica che gli cola addosso, si serve delle mani (prima il
dorso, su su fino all'attaccatura del polso in una
strisciatona di lumaca, poi la parte interna, aggiustata a conchetta,
che raccoglie, asporta e occulta con mossa disinvolta tra le
pieghe del jeans)?
Mostra almeno un po' di compassione, un minimo di
piet umana. E accogli le lacrime di questo ragazzo,
consolale, asciugale. Te l'ha detto anche la sua mamma.
S poverino, cosa vuole, lui fa cos... ha sempre fatto
cos... Infatti professoressa sono passata giusto a chiederle
se cortesemente potrebbe limitarsi il pi possibile nel
dare a Giacomo tutte queste insufficienze, che lo mortificano
inutilmente.
Visto?

 L'extracomunitario.

Parlo di te, Ndulu, primo studente straniero che, una decina
d'anni fa, mi ritrovai all'improvviso in classe. All'improvviso,
perch era l'inizio di dicembre quando tu giungesti
in Europa dall'Africa, dalla Costa d'Avorio in Italia,
e fosti infilato da un giorno all'altro in quella prima B che
da sola sarebbe bastata a darmi lavoro e pensieri. Facevano
un casino immane, in quella classe, trenta adolescenti, tutti
maschi, pigiati come acciughe in uno stanzone dall'acustica
pessima che amplificava quello che per i soffitti troppo
alti rimbombava gi di suo. Tu arrivasti ed eri un pezzo
d'ebano privo di parola. Alle otto del mattino sembravi gi
incazzato. Con ogni probabilit lo eri. Scarpe pesanti al posto
di ciabatte di gomma. Maglioni di lana anzich la pelle
al sole. Era un freddo infame quell'anno, a Firenze. E tu
non capivi una parola. Ti dico la verit, Ndulu: le prime settimane
ti vissi come un problema ulteriore, come qualcosa
di cui avrei fatto volentieri a meno. Coi trenta italiani a
cui tentavo d'insegnare la sintassi della frase semplice non
venivo a capo di nulla. Ci mancavi solo te, col tuo francese
musicale, ma il tuo italiano muto. Invece poi (te lo ricordi?)
fu messo in piedi un corso pomeridiano, accelerato e
individuale. Solo per te. Solo io e te. Imparasti a parlare.
Imparai a capirti. Comunicammo. E forse alla fine non eri
pi cos incazzato.
E parlo di te, Mahesh, giovane indiano dallo sguardo liquido
e dalla bocca esagerata che venivi dal Punjab, dove a scuola
si sta in quaranta per classe, anche cinquanta, eppure non
vola una mosca, perch i maestri sono duri, cattivi, violenti,
e usano un bastone fine e lungo per colpire chi respira pi
forte degli altri. Anche tu arrivasti a giochi iniziati, anche tu
piombasti in aula dal nulla, dopo che per un pomeriggio intero
gli insegnanti delle altre sezioni ti avevano palleggiato
fino a convincere il preside a non affibbiarti proprio a loro,
ch saresti stato una zavorra, perch sulla tua scheda c'era
scritto che non parlavi e non capivi. Infatti lui che fece: ti
appiopp a me. Avevi l'et giusta per il biennio superiore,
la scuola italiana ti rispediva alle medie. Il dramma fu che,
per tre mesi, non guardasti e non reagisti. Ti eri fatto ingoiare
dal piumino nero, quel giubbotto unto che era la tua spelonca,
il tuo nascondiglio, che non volesti togliere fino alla
met di maggio, quando finalmente lo riponesti nell'armadio
o forse buttasti via, insieme all'imbarazzo e all'inglese
imbastardito con cui raramente ti esprimevi, per sfoggiare
camicie improbabili, pacchiane: bellissime.
Parlo anche di te, Mico, ragazzo rom che ti vergognavi a
vivere in roulotte e che rinascesti quando il Comune destin
alla tua famiglia una casa vera, stabile, immobile, fatta
di mattoni e di cemento. Me lo scrivevi dentro i temi quello
che avresti pagato per riscattarti da una condizione che
non avevi scelto, quello che avresti studiato per emanciparti,
per diventare, un giorno, dentista. Ma non odontotecnico,
puntualizzavi: odontoiatra.
Vi chiamano "nuovi italiani". Peggio ancora, "diversamente
italiani". La peggiore politica prova ad arginarvi, a ghettizzarvi,
quando non a rimandarvi indietro del tutto. Le peggiori
persone temono l'inquinamento razziale, la mescolanza
religiosa, l'imbarbarimento sociale, e invocano classi
parallele ma ben separate, come rette che non s'incontrino
mai con le loro.
Vi seguo a distanza e vi so premiati, riconosciuti, valorizzati.
Vi leggo come esempi riportati sui giornali.
Il grazie che vi scrivo  da girare ai vostri genitori, che vi
ripetono ogni giorno quanto sia importante studiare e migliorarsi,
che hanno ancora fiducia nella scuola e non si pavoneggiano
per i vostri voti alti perch pensano che stiate
semplicemente facendo il vostro dovere, che il pezzo di carta
lo chiamano diploma.
Che sono uguali a com'erano, in un tempo non molto
lontano, i genitori italiani.

 Il figlio di pap.

Guarda che, se il figlio di pap viene alla statale,  solo perch
ci  venuto il suo compagno delle medie. Alla prima
occasione in cui si sentir incompreso o non abbastanza rispettato
lever le tende, girer i tacchi e se ne andr alla
privata. Eccerto che il pap lo sa: gliel'ha detto proprio lui,
l'altra sera a cena. Che anzi, fosse stato per suo padre, lui
alla statale non ci avrebbe messo neanche il naso.
Ma dico: vuoi mettere le private con quella sozzeria delle
statali? Ci hai mai parlato con i proprietari di una privata?
No, non con il preside (che alla privata non conta nulla
e sta l soltanto per rappresentanza). Con i proprietari,
dico. Che signori, che classe. E che garanzie. Ti assicurano
la promozione prima ancora di guardarti in faccia e stringerti
la mano. E non ti obbligano nemmeno a frequentare
tutti i santi giorni le benedette lezioni che quei docenti (di
rappresentanza pure loro, per di pi sottopagati) si ostinano
a tenere per via di una coscienza bislacca e petulante. Basta
andare ogni tanto, farsi vedere, per confermare l'iscrizione
che giustifica l'esistenza della classe e conseguentemente
della scuola. Q.b., quanto basta, come il sale nelle ricette.
E poi alla privata mica c' tutto quel casino che c' alla
statale: niente occupazione, niente autogestione, scioperi
zero, per cosa vuoi scioperare, che c' tutto, alla privata?
Le aule pulite, l'ambiente tranquillo e la carta igienica nei
cessi mai una volta che sia finita. Dammi retta: mandare un
figlio alla privata  come avere gi il pezzo di carta (s insomma,
il diploma) incorniciato al muro.
Per il momento comunque pascola bellamente alla statale,
il figlio di pap.
A scuola ce lo accompagna il pap stesso, la Nuova Porche
Cayenne uscita il maggio scorso (117.675 euro) che tace
anche a motore acceso davanti al cancello, e Paladini Piergiorgio
che scivola con eleganza affettata dall'abitacolo alto
come un primo piano. Hai cuore a dirgli che si dice Piergiorgio
Paladini e non Paladini Piergiorgio, che prima si mette
il nome e poi il cognome, senn si fa la figura da ignoranti.
Ma sul registro, all'appello...
S, Paladini, ma il registro l'ordine inverso ce lo impone
per una questione di criterio alfabetico. Tu per nella vita
dovresti ricordare di anteporre sempre il nome al cognome,
perch la regola grammaticale italiana, vedi,  esattamente
questa.
Mio padre invece dice che l'unica regola che conta davvero
nella vita  avere soldi: con tanti soldi potr permettermi
anche di presentarmi come Paladini Piergiorgio.
Hai capito, il Paladini. E hai cuore a fargli presente che,
senza un bagaglio culturale da portarsi dietro, solo coi soldi
e col cognome andr da poche parti, quella zucca vuota. Lui
ti punta gli occhi addosso e quello sguardo beffardo esprime
fedelmente cosa quella zucca vuota pensa di te: tu sei una
docente - che tradotto fa perdente -, guadagni una miseria,
per cui a livello sociale tendi all'insignificante, non hai
il rispetto dei politici, delle altre categorie professionali n
dell'opinione pubblica, mio padre - che ha sempre scritto
Paladini Massimo - ha maneggiato pi soldi negli ultimi
sei mesi di te in tutta la tua vita, ma poi che vuoi da me, io
alla statale ci vengo solo perch ci  venuto il Buti, e se mi
bocci me ne frego, e vado alla privata.
Effettivamente il Buti mai neanche una materia a settembre,
Piergiorgio Paladini in seconda invece fu bocciato. E
l'anno dopo s'iscrisse alla privata dove rimase fino alla
maturit, momento in cui fu costretto a presentarsi davanti a
una commissione che, per met, veniva dalla scuola statale.
Seduto davanti a dieci insegnanti che intendevano interrogarlo
per dargli una valutazione da sommare al credito
scolastico e ai voti presi alle tre prove scritte, il Paladini
ebbe vistose esitazioni a rispondere a domande sui contenuti,
ma non manifest remora alcuna nel motivare la sua
ignoranza cosmica.
Guardi, per quanto mi riguarda pu anche evitare di farmi
altre domande disse al commissario esterno di Lettere,
non ho la minima idea del programma che abbiamo svolto
n a italiano n a storia e, a volerla dire tutta fino in fondo
come sta, a me le sue materie fanno veramente schifo.
Cos disse, il Paladini. Disse schifo. Lo disse con il suo
sguardo di sfida e il suo sorriso beffardo, giustificando la
tracotanza con una naturale vocazione alla sincerit. Quindi,
prima di alzarsi e andarsene, firm il verbale anteponendo
al nome il suo cognome.
Padroneggio l'episodio e mi addentro nei particolari perch
il commissario esterno di Lettere, a quell'esame, ero io.


Il figlio di separati.

Un tema sulla famiglia era l'ultima cosa che mi ci voleva.
I temi personali mi piacevano un casino, poi ho smesso di amarli quel giorno che ho visto il babbo fare la valigia, darmi un bacino
sulla testa e andare via di casa.
Era domenica ed eravamo stati a vedere i daini a Vallombrosa.
Io adoro i daini, ma la mamma e il babbo era stato tutto uno
stuzzicarsi, un rispondersi male. Certe occhiatacce, e poi ogni
tanto qualche frase a voce bassa che non mi riusciva mai di capire
in tempo. Al ritorno trovammo la coda, cos alle loro rabbie si
aggiunse anche il nervoso e iniziarono a litigare in macchina. Io
quel giorno capii che al babbo gli piaceva un'altra donna.
La mamma lo diceva sempre che il babbo era "un ballerino" e
io avevo capito che ballava bene anche perch si erano conosciuti
al Paramatta, invece poi ho capito che voleva dire uno che cambia
spesso fidanzata.
La mamma era stata la sua ventunesima ragazza ed era rimasta
incinta ed ero nata io, cos si erano sposati. Forse se io
non fossi nata loro non si sarebbero sposati mai e si sarebbero
lasciati molto prima senza tanti problemi. Io li ho sempre visti
litigare tanto, a volte anche scherzare, ma di pi discutere e tenersi
il muso.
Una volta litigarono talmente tanto che la mamma mi prese
e mi port a casa della nonna per un po'. Disse che doveva stare
un po' da sola con il babbo e provare a farci la pace. A casa della
nonna per tutti erano tristi e io pensavo chiss se sono tristi
a causa di questa cosa.
Quando il babbo venne a prendermi mi sentivo cos felice, lo
guardavo per cercare di capire se anche lui era cos felice come
me. Ma lui guidava e guardava sempre la strada davanti. A casa
per un po'andarono d'accordo. Il babbo tornava a cena ogni sera
e dopo cena non usciva pi.
Adesso io e la mamma viviamo sole. Il babbo sta insieme a
un'altra donna, proprio quella che gli piaceva, e da un anno hanno
avuto una bambina.
Quando venni a sapere che il babbo aspettava un altro figlio
da questa nuova compagna mi sentii malissimo e lo odiai. Non
ho voluto parlarci per diversi mesi, vedevo la mamma stare male
e sapevo che stava male per lo stesso mio motivo.
Ora tutto sommato va meglio, io e il babbo abbiamo ricominciato
a vederci, lui mi viene a prendere e mi porta dalla sorellina,
sto un po' con loro, le metto sui capelli dei fermagli che compro
per lei al mercato, poi torno a casa dalla mamma e le dico che
sono stata abbastanza bene, le racconto qualche cosa, per poco,
per non farla soffrire. Lei mi dice che gli uomini fanno soffrire e
che se sar furba non mi sposer mai. Io mi metto a ridere, le dico
che invece mi voglio sposare perch credo nell'amore e che forse
il Tonelli (quello di classe mia, che piace a me) non sar un ballerino
come il babbo.
Ma quando resto sola nella mia cameretta e mi lascio andare,
piango, perch il babbo mi manca moltissimo e non riesco ad accettare
il fatto che se ne sia andato per sempre e adesso abbia una
nuova famiglia.
Elisa Merli

I miei genitori sono stati insieme molti anni, hanno cambiato
quattro case, hanno fatto due figli, e poi si sono lasciati.
Io sinceramente non me lo sarei mai aspettato e all'inizio sono
rimasto molto stupito. Mi dispiaceva, perch a me sembrava di
stare bene con tutti e due.
Un giorno sono tornato da scuola e c'era la mamma che buttava
via tutta la roba del babbo, gliela accatastava infondo alle
scale, ma non per bene, a casaccio, in disordine.
Il babbo  arrivato quella sera, ha preso quelle cose, mi ha detto
Mattia non ti preoccupare domani vengo a prenderti a scuola,
ed  andato a dormire a casa dei nonni.
Il giorno dopo a prendermi a scuola c' venuto per davvero,
siamo andati a mangiare un panino all'Arno e abbiamo parlato.
Mi ha detto che lui e la mamma volevano tanto bene sia a me che
a Leonardo (Leonardo  mio fratello,  grande e fa l'universit a
Bologna) ma loro non se ne volevano pi cos tanto, sicch era
preferibile lasciarsi.
All'inizio era un gran casino, non ci capivo nulla, un giorno
stavo con il babbo, il giorno dopo con la mamma. Nei primi mesi
a dormire tornavo sempre a casa dalla mamma.
Poi il babbo ha comprato una casa nuova, l'ha arredata tutta,
e ho cominciato a restare a dormire anche da lui.
Sinceramente il babbo ha fatto per me una camera fantastica
che quando sono da lui non sento la mancanza nemmeno della
play. Un giorno mi ha portato all'Ikea e insieme abbiamo scelto
una libreria, un armadio, una scrivania e un attaccapanni. Il
lettino ce l'aveva. Cos ora ho tutto, non mi manca niente e anzi,
ad avere due camere e due case mi diverto troppo.
Prima con il babbo non ci parlavo cos tanto. Lui pi che altro
mi parlava per rimproverarmi e per vietarmi di guardare troppo
la televisione. Faceva sempre la parte del cattivo insomma. Spesso
era musone e non mi sembrava mai felice.
Ora passiamo insieme un sacco di tempo e facciamo mille cose
divertenti: mi porta a pescare, mi accompagna e mi viene a riprendere
agli allenamenti, mi porta con s a trovare gli amici quando
gioca la Fiorentina e m'insegna a usare il computer. Il babbo poi
 bravissimo a cucinare, ogni volta che passo la giornata insieme
a lui prepara delle cose eccezionali, per esempio polpette di verdure
ripassate nel sughino e addirittura la peperonata che come
la fa lui, nessuno.
Certo, quando devo studiare non sente storie e pretende che a
scuola sia sempre in pari. Spesso a parlare con i professori ci va
lui. Altre volte anche la mamma. A volte alla mamma dico che
i compiti li ho gi fatti con il babbo, e al babbo che sono a posto
perch li ho fatti a casa dalla mamma. E a volte quando sono con
il babbo gli dico che sto meglio insieme a lui che con la mamma,
ma poi alla mamma pi o meno dico la stessa cosa.
Mattia Bitossi

Introdotta nel 1970 all'interno del sistema giuridico italiano
nonostante l'opposizione della Democrazia cristiana, la legge
898 sul divorzio era il risultato della combinazione del
progetto di legge di Loris Fortuna con un altro presentato
dal deputato liberale Antonio Basiini.
A seguito delle ampie polemiche che accompagnarono
l'introduzione del divorzio nel nostro paese, il 12 maggio
1974 gli italiani furono chiamati a decidere se abrogare la
legge Fortuna-Baslini. Partecip al voto l'87,7 per cento degli
aventi diritto; vot no il 59,3 per cento, mentre i s furono
il 40,7 per cento.
Secondo i dati Istat (l'indagine si ferma all'anno 2005
poich lo studio  circoscritto al periodo precedente l'entrata
in vigore della legge che ha introdotto l'affidamento
condiviso dei figli minori in caso di conflitto coniugale),
nel 2000 i divorzi, tra consensuali e giudiziali, sono stati
71.969; nel 2005, 82.291.
La crisi economica degli ultimi anni, lungi dal trattenere
insieme i coniugi anche solo per provare a fronteggiarla
meglio, di fatto accelera - col suo carico di tensioni, difficolt
e frustrazioni - il processo delle separazioni.
Il sito ItaliaOra, che si rif a dati basati su fonti Istat, Ministero
dell'Economia e delle Finanze, Ministero dell'interno
e Ministero della Salute, riporta che nel giugno 2010 i
separati in Italia sono 67.480.


Il figlio di puttana.

Del tutto inutile fingere il contrario: i figli di puttana esistono.
Certo va detto che l'espressione, da tempo desemantizzata,
non si riferisce alla professione svolta dalle loro madri.
La mamma del figlio di puttana spesso  impiegata alle
poste o alla Asl, occasionalmente rampante imprenditrice,
per lo pi atta a casa. In realt lei non c'entra niente con
le caratteristiche del ragazzo oggetto della nostra analisi e
sembrer difficile da credere, ma figlio di puttana pu avere
duplice accezione ed essere letta in senso infamante e in
senso quasi meritorio.
Se in sala professori, confrontandomi con una collega sulla
mattinata che ormai volge alla fine, chioser ruggendo:
Certo che quel Barbetti per  proprio un figlio di puttana...
mentre sul volto la fronte mi s'aggrotta, gli occhi mi si
fanno scuri, la bocca piega gli angoli verso il basso disgustata,
quello che intendo dire non prometter niente di buono.
In effetti Gianluca Barbetti  difficile da mandar gi. Spregiudicato
e voltafaccia coi compagni, infido e biforcuto coi
docenti, egli pi che un diciassettenne comune  un serpente
velenoso che la tassonomia ufficiale catalogherebbe
tra la Superfamiglia Colubroidea ovvero Xenophidia, tra i
pi pericolosi. Nel genere Figli di Puttana, egli appartiene
indubbiamente al tipo A, quelli cattivi.
Poniamo ora il caso che io, sempre in sala professori e di
nuovo a confronto con un'amabile collega, mi lasci andare
a un divertito, quasi commosso Per, il Fanelli... che figlio
di puttana!, e contemporaneamente sorrida a tutti denti, e
strizzi gli occhi come un cane a cui stanno facendo il gratta-gratta
sul pancino: non si potrebbe certo sospettare che
un sentimento malevolo abbia ispirato quelle mie parole.
Ma infatti, come si fa a pensare male di Fabio Fanelli?
Quel ragazzo spilungone e curvo a gruccia, di seconda B,
 il mio occhio diritto. E s che l'insegnante dell'anno precedente
ce l'aveva messa tutta, affinch io partissi prevenuta
e col tempo arrivassi a detestarlo: Guarda, ti avverto: il
Fanelli lo devi mazzolare perch  un turbino.
Forse intendeva dire che, a sedici anni appena, egli possedeva
gi congiunte insieme e perfettamente amalgamate
l'ars diplomatica e l'ars seduttiva. Esattamente questo intendo
infatti per figlio di puttana quasi meritorio: uno di
quelli del tipo B. Un figlio di puttana innocuo, benigno, addirittura
amabile, quasi commovente.
Pagina 415, cinque e quattro nove, pi uno dieci: Fanellivieni, tocca a te.
Tocca a me che cosa, scusi, professoressa?
Venire interrogato, forza.
Venire interrogato a che cosa, professoressa?
Fanelli, io insegno italiano e storia, oggi c' italiano, quindi
direi italiano: vieni interrogato in italiano, su.
Ma che italiano c' di preciso oggi, professoressa, grammatica
o antologia?
Grammatica Fanelli, oggi  luned e c' grammatica.
Ecco, lo sapevo: ho portato antologia.
Allora vieni ad antologia e poi alla fine ti faccio qualche
domandina di grammatica.
No, come professoressa, non mi pare giusto.
Non starti a chiedere se  giusto o se non  giusto: prendi
la tua seggiolina e vieni qua alla cattedra vicino a me, di.
Che poi professoressa, il luned non interroga altro che
lei: lo sa che in nessuna scuola d'Italia s'interroga, di luned?
No, non lo sapevo Fanelli. Ora che lo so per mi cambia
poco: tu oltretutto non hai nemmeno un voto e ti sei
gi giustificato le due volte che concedo a quadrimestre.
Per forza professoressa, non se lo ricorda? Prima cascai
di motorino, e poi...
... e poi ti rimase il piede incastrato alla porta dell'autobus
mentre scendevi, vedi che me lo ricordo? Di per,
adesso vieni.
Ancora non  che abbia recuperato bene tutte le lezioni.
Ma se non sei stato assente che due giorni?!
S, ma la mattina non viene mica soltanto lei in classe
a farci lezione, abbiamo un sacco di materie, eh ragazzi?
 vero profe, ha ragione il Fanelli.
Ma di che v'impicciate voi, 'ndiamo Fanelli, non mi far
perdere tutto questo tempo.
Professoressa, lo dice sempre lei che nella vita bisogna
anche saper perdere tempo, fare un po' tardi a ragionare
di sentimenti con gli amici, sottrarsi a questi ritmi infernali della societ moderna. A me pareva carina questa chiacchierata
qua che stava venendo fuori tra me, lei professoressa,
e tutta la classe.
Fanelli prima di tutto noi non siamo amici, seconda cosa
qui chi ragiona sei soltanto tu e lo fai con l'evidente scopo
di far suonare la campanella.
Che infatti suona, e mi lascia a bocca asciutta, sola e frustrata (ma sedotta e commossa) alla cattedra, mentre il Fanelli riesce ogni volta a non staccarsi dal banco per sorbirsi l'interrogazione. E lo so che m'inganna, lo so che mi raggira, lo so che  ancora senza voto, lo so che a Natale mi regaler il pandoro perch sa che ci camperei, che per il compleanno mi far trovare un libro nel cassetto perch vuole a
tutti i costi che provi a leggere un fantasy anche se li odio,
che l'otto marzo arriver in classe con la mimosa perch sa
che il profumo di quel fiore mi confonde.
Vede dico al signor Fanelli quando viene al ricevimento
generale suo figlio ci sa fare,  diplomatico, non  mai
polemico, prende tutti per il verso giusto, certo, non si pu
dire che s'ammazzi di studio, per il suo, insomma, piano
piano lo fa, certo, potrebbe fare molto, molto di pi, ma lui
compensa le sue dimenticanze con la gentilezza ironica con
cui s'accosta alle persone, perch vede, lui ...
Glielo dico io, professoressa, cos' lui: un figlio di buona
donna, ecco cos'.
Questo intendo, quando dico che i docenti e i genitori
dovrebbero sforzarsi di parlare la stessa lingua.
Per comprendersi, finalmente.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Grazie a...
.
Alberto Gelsumini, il mio editor alto e rigoroso, che ha sostenuto questo lavoro.
Barbara Gatti, la mia redattrice ironica, che ha proposto
un labor limae accolto e condiviso.
Elena Pierozzi, Alessandra Laurini e Gaia Capecchi, le
mie amiche femmine, mamme obiettive, donne emancipate.
Davide Gigli, prima mio amico di Rete, ora amico a tutti
gli effetti.
Davide Ghisalberti, quattordici anni fa mio studente di
liceo, oggi amico epistolare, presto padre di un bambino in
arrivo.
Tommaso Landi, mio fratello, padre di un bambino delizioso
arrivato da tre anni.
Micino da Scansano, la perfetta via di mezzo tra un gatto
e un cane.
Lorenzo Borgioli, l'uomo con cui divido la vita, in questa parte di vita.
...
.
...
FINE.